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Versi, riflessioni e immagini di Massimo Guercini
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Colori d'autunno
“ Storie che vanno via veloci disperdendosi al vento come fili di fumo. Il fumo è testimone di un fuoco. La legna finisce, il fuoco si spegne. Rimane l’odore del fumo, che è ricordo. Del fuoco resta la cenere, che è memoria. Rovistando tra la cenere si pensa al fuoco che fu. Ricordare fa bene, è un buon allenamento per resistere e tirare avanti.” (Mauro Corona)
mercoledì 28 maggio 2014
domenica 25 maggio 2014
venerdì 23 maggio 2014
MI PRESENTO
Salve a tutti!
E' arrivato, finalmente, il momento di farmi conoscere. Meglio tardi che mai, direte voi. Allora, eccomi qui!. Mi chiamo Massimo, sono sposato con Anna e padre di due ragazzi, Matteo e Michele. Ho deciso di intraprendere questa avventura, e quindi di aprire un blog, per condividere insieme a voi, il grande amore che mi lega alla natura e alla fotografia.
Fin da ragazzo, il grande interesse e il profondo amore per la natura sono sempre stati in me vivi e forti. Natura voleva dire: libertà, esistenza, mistero; addentrarsi in essa significava immergersi in un mondo sconosciuto, ricco di fascino, tutto da scoprire e da capire. Per questo, nel corso degli anni, ho imparato a conoscerla e ad amarla. Sono entrato, in punta di piedi, nel suo mondo, attraverso le immagini, i suoni e le emozioni; dentro di lei mi sentivo protetto e sicuro, a volte così immerso da lasciarmi trasportare dalla fantasia in luoghi solitari e affascinanti, dove poter contemplare tutta la sua grandezza. La bellezza dei paesaggi, le meravigliose forme di vita, il fascino etereo di dolci atmosfere, sono ricchezze in cui non si finisce mai di perdersi, dove gli occhi si estendono negli infiniti spazi incantati di luci e colori e lo spirito si abbandona a lunghi silenzi di pace. Sono regali bellissimi, di grande valore, che la natura ci dona spontaneamente, senza chiederci nulla in cambio. Da perfetta padrona di casa ci accoglie dentro di sé, mettendoci a nostro agio, afferrandoci per mano e accompagnandoci in un percorso in cui ritroviamo una nostra identità, un nostro stato d’animo. Pervasi da un sottile misticismo, ci guardiamo dentro e immersi in un piacevole abbandono, scopriamo di aver bisogno di solitudine, d’interminabili silenzi, d’intense emozioni, di autentiche esaltazioni, diventando così parte integrante con l’ambiente che ci circonda. Ed è attraverso queste sensazioni, che è nato in me il desiderio di vivere la natura per assaporarne fino in fondo ogni attimo, ogni angolo, anche il più nascosto.
Sarei grato a chiunque volesse porre un commento ai miei racconti o alle mie foto. Un modo simpatico e costruttivo, per sentirvi vicini in questo mio nuovo cammino. Grazie.
ROMEO
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| La Valcalaona con il Monte Lozzo sullo sfondo |
Quella domenica di giugno, io e Anna, camminavamo da quasi un’ora lungo il suggestivo e panoramico sentiero del Monte Cinto. La giornata era limpida, il cielo stendeva il suo vivido azzurro sulla pianura e i prati circostanti. Il sole tiepido, di un’inoltrata primavera, riempiva l’aria di delicate essenze e la natura esplodeva di colori con le bellissime fioriture della ginestra, del sambuco nero, della malga selvatica e del geranio sanguigno. Salivamo, con passo sicuro, le scure e frastagliate rocce che s’innalzavano decise tra un fitto bosco di castagni e aceri. Giunti in cima, due enormi massi facevano da sentinella a un panorama da togliere il fiato. Estasiati e increduli, ci sedemmo sulla parte piana del masso ad ammirare quel mare sconfinato di prati, campi e vigneti, tutti ben tenuti, curati e perfettamente in linea con gli inconfondibili profili dei colli che giganteggiavano in mezzo a quelle geometrie di verde. Più lontano, sfumate di rosa, una serie di creste facevano da sfondo abbracciando tutta la pianura. Eravamo soli, in quel momento.
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| Fioritura di ginestra sul Monte Cinto |
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| Pianoro con ulivi |
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| Sperone riolitico del Buso dei Briganti e sullo sfondo parte della pianura di Valcalaona |
A quarant’anni, Romeo, dopo la scomparsa del padre, aveva iniziato un’attività in proprio con un negozio di ferramenta acquistato con i risparmi racimolati in tanti anni di vita da agricoltore, quella stessa che, a malincuore, aveva dovuto abbandonare e alla quale era profondamente legato. Uno dopo l’altro, i suoi fratelli se n’erano andati altrove dove i guadagni erano facili e le fatiche certamente minori. Romeo era stato l’ultimo ad arrendersi. Solo, con la madre inferma da accudire giornalmente, si era trovato ora ad affrontare un nuovo lavoro con altri ritmi e altre responsabilità, ma non per questo si era abbattuto, anzi. Lavorava duro, come aveva sempre fatto e, nel corso degli anni, si prese le sue belle soddisfazioni. L’unica cosa che invece non cambiò in Romeo, fu il suo innato spirito libero di cavallo selvaggio, una qualità (o un difetto?) che la gente che lo frequentava, imparò col tempo a conoscere e ad accettare perché in fondo era un brav’uomo, onesto e leale: questo bastava. Anche nel lavoro, Romeo, aveva le sue idee. Ad esempio, l’orario di apertura e chiusura non era mai lo stesso, apriva e chiudeva le serrande a suo piacimento, mandando in crisi i poveri clienti che desideravano fare acquisti nel suo negozio. Non volle mai assumere personale perché, a suo dire, serviva a poco: era solo denaro buttato al vento; così, il negozio, se lo gestiva personalmente. Voleva sganciarsi da qualsiasi legame o regola. Era fatto così. Perché allora questo insistente desiderio di solitudine? Forse per un perduto amore? O per una scommessa personale? Oppure per dimostrare agli altri che ce l’avrebbe fatta anche da solo? Romeo non seppe darmi una risposta, restò in silenzio e nel suo volto, calò improvvisamente un velo di malinconia. Il vento dei ricordi sembrava essersi impossessato della sua persona, del suo essere. La dura scorza di uomo forte e deciso lasciava spazio alla memoria della sua lontana gioventù. Posò sul tavolo l’ultimo pezzo di panino e fissandoci con sguardo affabile, iniziò a raccontare: “ Ero il terzo di otto fratelli, cinque maschi e tre femmine. Antonio e Francesco, i due più vecchi, stavano al fronte a combattere una guerra assurda. Fin da piccolo sono stato abituato dai miei genitori, al lavoro duro e faticoso dei campi e alla vita umile e solitaria del contadino. Sebbene fossimo in tanti, non ci è stato fatto mancare nulla, non ci sentivamo poveri, anche se di povertà a quei tempi ce n’era tanta. Avevamo campi coltivati a granturco, vigneti che ci davano del buon vino, alberi da frutta dove coglievamo dolci primizie che, sotto le mani esperte e pazienti di nostra madre, diventavano gustosissime marmellate e l’orto, dalla terra buona e fertile, dove si piantava tutto quello che la stagione offriva in quel periodo. Nel complesso, quindi, mi ritenevo un ragazzo fortunato. Vivevamo, insieme ai miei genitori, in una casa costruita negli anni della Seconda Guerra, molto semplice, tirata su a pietre e calce ed era composta di due piani. Sotto stava la cucina, quattro metri per quattro, che dava direttamente sul cortile e dove si passava gran parte della giornata. Su una parete, al centro, vi era un grande focolare che però, nelle giornate fredde d’inverno, riscaldava a fatica. A fianco, un’altra stanza serviva da deposito. Ci si metteva dentro di tutto: conigli, capre, mucche, rastrelli, forche, zapponi; c’era il posto per le sgàlmare[2], che mettevamo quando si andava a lavorare i campi e quello per le scarpe buone, che indossavamo nei giorni di festa: sembrava l’Arca di Noè! Una parte di questo deposito era adibito a “cantina”, dove mio padre teneva custodite delle piccole botti di legno che conservavano il vino fatto con l’uva delle nostre vigne. Nella parte opposta al focolare, vi era una scala che portava al piano di sopra, dove stavano le camere. Eravamo sprovvisti di servizi igienici e quando ci “scappava”, dovevamo andare fuori, dove mio padre aveva costruito una baracca che fungeva da latrina. Nei mesi caldi non ci badavi e andava bene, ma quando iniziava il freddo era una sofferenza!”. Fece una pausa, finì l’ultimo boccone del panino e bevve qualche sorso da una bottiglietta che conteneva un liquido color ambra. Disse che non era tè ma una bevanda energetica consigliata, a suo tempo, da un amico erborista che gliel’aveva indicata apposta per sostenerlo durante le sue lunghe camminate: da allora, la portava sempre con sé. Poi, iniziando a mangiare il secondo panino, riprese. “ Non vi erano altre case nelle vicinanze. A volte capitava di restare senza riso o senza grano da macinare o addirittura senza qualche attrezzo che serviva per lavori di manutenzione. Allora si partiva a piedi o in bicicletta e si andava a prendere quello che ci serviva percorrendo anche diversi chilometri prima di arrivare a destinazione. Quanto ho pedalato! Ricordo che avevo una bicicletta presa in eredità da mio nonno che mi lasciò quando si accorse che non poteva più usarla per problemi alle gambe. Per me, era come possedere una macchina. La tenevo come una reliquia. Pulivo e oliavo gli ingranaggi quasi ogni giorno e se qualcosa non funzionava, ero pronto a ripararla. La usavo, il più delle volte, per delle consegne o per fare un giro intorno al paese, poi la ripulivo e la parcheggiavo agganciandola per le ruote a due grossi ganci da macellaio che calavano dal soffitto della stanza-deposito. E per farvi capire di quanto fosse importante, all’epoca, possedere una bicicletta, vi racconto anche questa. A quei tempi, durante la guerra, di fame e povertà ce n’era tanta, troppa. I miei genitori, come ho già detto, ci hanno tirato su tutti e otto con enormi sacrifici, in silenzio e con dignità. Spesso capitava che ci servisse del frumento da macinare, per cui dovevamo andarlo a prendere da dei parenti che abitavano a Vicenza. Allora lasciavamo le sgàlmare in un posto che sapevamo solo noi, ci infilavamo ai piedi le scarpe buone e partivamo in bicicletta a prendere il frumento. Ritornati a casa, ci caricavamo i sacchi in spalla e andavamo a macinarlo nel mulino che stava distante un chilometro. Finito di macinare, ci caricavamo di nuovo i sacchi in spalla e poi via, spingendo a più non posso sui pedali della bicicletta per arrivare a casa prima che facesse buio. Quante volte mi è capitato di andarci con Cesare!...” D’improvviso, dai suoi occhi spuntò una lacrima che segnò, lentamente, il profilo dello zigomo e con la voce rotta dall’emozione, riprese: “ Cesare era il più piccolo dei miei fratelli, ci separavano solo un paio d’anni. Con lui ho condiviso i momenti più belli e spensierati della mia vita, gli volevo un gran bene e andavamo d’accordo. Parlavamo di tutto, mi sentivo libero di esprimermi e di confessargli ogni problema, ogni piccola cosa che mi angosciava o mi faceva stare male: lui aveva sempre una parola di conforto che mi risollevava il morale.
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| Pieris Rapae su fiori di lavanda |
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| Campanula Persicifolia |
[3]) Ridere di gusto
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| Rosa Canina Vai al sentiero: http://www.parcocollieuganei.com/doc/sentieri/CINTO.pdf |
lunedì 19 maggio 2014
martedì 13 maggio 2014
L’ESILE ALBERO
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| La conca di Teolo con il Pendice sullo sfondo |
Era un frizzante sabato mattina di fine ottobre. La giornata si presentava bella e piacevole, con un cielo azzurro tenue attraversato da bianche nubi che giocavano a rincorrersi. I tiepidi raggi del sole, accompagnavano un’aria fresca e pulita che dava sollievo allo spirito. Stavo scendendo con la macchina in direzione Teolo, dopo un’appagante escursione sul Monte Grande. Negli occhi avevo ancora impresse le fiammeggianti tonalità di un incantevole autunno che vestiva di suggestiva bellezza una natura che per tutto l’itinerario non smise di regalarmi momenti di autentica emozione.Continuando a scendere piacevolmente lungo i tornanti che mi riportavano a Villa, intravidi, tra due caseggiati, uno scorcio di paesaggio che attirò la mia attenzione.
Fu un attimo, un flash, un’immagine appena sfiorata con lo sguardo, ma tanto bastò perché decidessi di fermarmi: il mio desiderio era quello di conoscere la sua reale bellezza e magari fotografarla. Cercai in qualche modo di parcheggiare la macchina, trovando non poche difficoltà visto la precaria posizione di discesa. Per fortuna, proprio in quel momento, si liberò un posto così potei sostare tranquillamente. Ero a pochi metri da dove iniziava la vallata che, in un susseguirsi di morbidi saliscendi, s’incontrava con le frastagliate pareti del Pendice. Con la macchina fotografica a tracolla, iniziai a risalire la strada per qualche metro fino a raggiungere alcune abitazioni poste sotto il livello della strada. In fianco ad una di queste, vi era una stradina sterrata che inizialmente credevo fosse un sentiero. Due alberi di melograno mi davano il benvenuto, mostrando con orgoglio i rossi frutti. Percorsi incuriosito lo stretto budello di terra che s’inoltrava dritto tra la vegetazione.
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| Inizio sentiero Monte Grande (Passo Fiorine) |
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| ... percorrendo il sentiero |
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| Colori d'autunno |
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| Foglie rosse |
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| Tramonto sugli Euganei Vai al sentiero: http://www.parcocollieuganei.com/doc/sentieri/Grande.pdf |
mercoledì 7 maggio 2014
MONTE CEVA
C’è stato un periodo, in cui andavo spesso sugli Euganei a fare escursioni. M’incuriosiva conoscerne gli aspetti, i colori, gli odori. Quel mondo misterioso che ancora non conoscevo, mi attraeva, mi conquistava, volevo scoprirne i segreti più nascosti, più intimi ed entrare a farne parte. Andar per sentieri è sempre stata la mia passione. Ogni volta era una scommessa con me stesso, una continua sfida su cosa avrei potuto incontrare, scoprire, catturare; un susseguirsi di emozioni, di dolci frenesie, di fantastiche suggestioni che si intrecciavano tra di loro, unendosi poi in un unico abbraccio quando all’orizzonte mi appariva la meta. Come quella volta, quando percorsi il sentiero del Monte Ceva. Era una bella giornata di fine aprile con un cielo terso e pieno d’azzurro. L’aria fresca e pulita, portava con sé le deliziose fragranze di una natura che si rinvigoriva vestendosi di nuovi colori. Tutto questo mi mise addosso un irrefrenabile desiderio di partire e andare alla ricerca di nuovi itinerari. Passato il centro di Turri, salii la strada che porta al ristorante Belvedere fermando la macchina nell’antistante parcheggio. Presi lo zaino, l’immancabile Nikon e, attraversata la strada, m’incamminai lungo un esposto e luminoso viale fiancheggiato da alte siepi di pyracantha, che a inizio autunno s’ingioiellano di sgargianti bacche colorate e di biancospino, rivestito da bianche perle che sfoggiavano tutta la loro eleganza, profumando l’aria di dolci essenze. Di fronte, la conica cima del Monte Ceva innalzava come un segno di pace, la sua Croce che da lassù dominava sovrana tutta la pianura. Era lì, in mezzo a tutto quel verde, piccola e solitaria che pareva fatta col fil di ferro. Alcune persone erano già salite a farle visita. Mentre cercavo di immaginare a quale panorama avrei potuto assistere da lassù, vidi sbucare da dietro un muretto, un grazioso bastardino che scodinzolando allegramente, mi si avvicinò. Aveva il pelo bianco, pezzato di un colore ocra scuro che si spandeva anche sulla testa e sulle curiose orecchie piegate in avanti. Il musetto, furbo e attento, era dello stesso colore e faceva risaltare, come un ciuffo di panna montata, la punta del naso. La coda, bianca e pelosa, spolverava l’aria in un frenetico avanti e indietro segno forse, di una reciproca simpatia. Avrei voluto conoscere anche il suo nome, ma non portava nessun collare. Dopo aver ricambiato le sue attenzioni con una carezza sulla testa, m’incamminai in compagnia del pimpante amico che, zampettando lesto e sicuro, si mise davanti a fare strada. Una cosa buffa che mi colpì in quella bestiola, fu il movimento molle e sincrono della punta delle orecchie che andavano su e giù seguendo la singolare ritmica del suo passo, una scena che mi portò alla mente il cagnolino Whisky, il terrier scozzese di “ Lilli e il vagabondo”. Tra noi, s’instaurò subito un buon “feeling” e una sottile complicità. Ogni volta che mi fermavo per guardare il paesaggio o scattare una foto, si fermava anche lui, silenzioso assistente di quel momento; appena riprendevo il cammino, ripartiva di scatto, aspettandomi qualche metro più avanti, ansimante e con la lingua di fuori. Terminato di percorrere il lungo viale, giunsi a un bivio. Lasciai la strada, che proseguiva ancora dritta, svoltando a sinistra e prendendo uno stretto sentiero che saliva ripido tra una fitta vegetazione. Qui, il mio caro amico si fermò, facendomi capire che era giunta l’ora di salutarci. Peccato, mi dispiaceva perderlo per il resto dell’itinerario. Pensavo di aver trovato in lui un amico, un nuovo compagno di viaggio con il quale condividere altri momenti, altre emozioni; mi piaceva l’idea di sentirlo vicino e parlargli, incrociando quei suoi occhi svegli e quel nasetto di panna montata. Dovetti però arrendermi al suo istinto che, alla fine, gli suggerì di fermarsi proprio a quel bivio. Alzò il musetto, guardandomi con occhi dolci, inclinando da una parte la testa come a dire: “Amico mi dispiace, non so andare più avanti, non conosco la strada! D’ora in poi dovrai proseguire da solo ”. M’inginocchiai per salutarlo e lui, abbassando lo sguardo, si lasciò dolcemente accarezzare la testa, mentre la sua folta coda continuava a spolverare l’aria. Mi rialzai e a un tratto, sentii dei fischi e subito dopo, una voce che urlava: “Billooo! Billooo!”. Billo, che nome bizzarro – pensai. Ma più lo guardavo e più mi convincevo di come quel nome gli calzasse a pennello. Sollecitato dalla chiamata, Billo mi diede un’ultima occhiata e voltandosi all’improvviso, corse veloce verso chi lo aspettava. Accompagnai con lo sguardo la sua corsa che s’interruppe in fondo al viale dove, ad aspettarlo, c’era un ragazzino in sella a una bicicletta con agganciato al manubrio, un capiente portapacchi. Prese Billo da terra e lo fece entrare delicatamente nel cestino. Come una molla, la bestiola alzò la testa per vigilare quello che gli accadeva intorno poi si rimise giù, adagiandosi tranquillamente sul nido di vimini. Il ragazzino riprese a pedalare portando con sé Billo e, dopo alcuni metri, lo vidi sparire dietro alle alte siepi agghindate di bacche colorate. Ripresi il cammino, giungendo in uno spiazzo erboso dove spiccava la candida fioritura dell'Aglio Orsino che faceva da preludio agli inebrianti profumi del vicino sottobosco.
Tirai fuori dalla custodia la macchina fotografica per immortalare con alcuni scatti quel bianco tappeto ma mi accorsi, guardando nel mirino, che un bellissimo esemplare di farfalla Podalirio (Iphiclides Podalirius), stava immobile su quei fiori dai petali stellati. Ebbi un attimo di smarrimento misto a felicità, per l'inaspettato incontro.
Volevo a tutti i costi non farmi sfuggire un’immagine così unica. Cambiai obiettivo, misi su il tele e, senza indugiare, iniziai a scattare riprendendola, mentre, con grazia assoluta, si librava nell’aria con un rapido battito d'ali, planando elegantemente ora su un fiore, ora su un altro, restando a volte immobile per qualche secondo a suggere il dolce nettare. Ora che avevo fotografato le sue soavi evoluzioni, potevo ritenermi soddisfatto. Ripresi a camminare inoltrandomi sempre più nella folta vegetazione, percorrendo stretti viottoli che s’inerpicavano, con brevi tornanti, verso la cima del Ceva. Di colpo, mi trovai in uno spazio aperto, pianeggiante, dove notai la presenza del Cardo asinino (pianta grassa e spinosa, dal fiore rosa-violaceo), alcune tracce di Fico d’India e del profumato Dittamo, dai petali bianchi e affusolati, venati di rosso e dai lunghi pistilli che sembravano esplodere dalla corolla, come fuochi d’artificio.
Respirai a pieni polmoni quegli odori aspri e dolci che mi portavano alla mente terre aride e selvagge, venti caldi di scirocco dove tutto è spento e il verde diventa una chimera. Un degradare di nuda roccia e le asperità di alcuni balzi rocciosi, era ciò che ancora mi separava dalla cima; ora la massiccia presenza del Fico d’India, dal polposo frutto amaranto, ricopriva gran parte del terreno, facendolo assomigliare a un vasto giardino rupestre. Tra le sporadiche macchie d’erba, fiorivano le delicate sfumature della Viola del Pensiero e della Cicerchia Odorosa, preziose gemme in mezzo a quel deserto di basalto. Ormai ero prossimo alla cima, vedevo la grande Croce di ferro, luccicare ai caldi raggi del sole. Mi arrampicai ancora, per risalire dei costoni rocciosi, le cui pareti si rivestivano di frastagliate e variopinte chiazze di licheni, dando risalto a uno scenario un po’ brullo.
Un ultimo sforzo, e arrivai finalmente sulla cresta sassosa che portava alla Croce. Erano da poco passate le undici e il sole cominciava a scaldare ma l'aria, fresca e piacevole, dava refrigerio al mio sudore. Mi tolsi lo zaino e lo posai ai piedi della Croce che ora contemplavo in tutta la sua maestosità. Svettava alta, biblica, sacrale. Le sue forme, semplici e universali, andavano a stagliarsi nell'azzurra intensità di un cielo senza nuvole. Ripresi fiato sedendomi su un piano in ferro, posto alla base della Croce. Mi sentivo un re che, dall'alto del suo trono, dominava, da indiscusso sovrano, tutto il suo regno. Aprii lo zaino, tirai fuori una bottiglietta di acqua e limone e ne bevvi qualche sorso. Mi alzai e andai fino alla rete di protezione ad ammirare quell'infinito oceano che mi ruotava intorno. A 360° gradi tutti i più bei profili dei Colli Euganei rispondevano “Presente!” all'appello, come scolaretti al loro primo giorno di scuola, nella vivida luce di un mattino d'aprile. I monti Rua, Madonna, Grande, Ventolone, Piccolo, Spinefrasse, Orbieso... erano lì ad aspettarmi, impettiti ed eleganti. E poi la pianura, con le perfette geometrie dei campi, la rigogliosa varietà della vegetazione, i laghetti artificiali, piccole pozzanghere in mezzo a quel mare di fervidi colori. E ancora più in là, in un dolce degradare di campi e paesi, fino ad arrivare alle sfumate, ma ben definite, sagome delle Prealpi e all'impercettibile brillio della Laguna. Stetti in silenzio, ascoltando la pace dell’anima e lasciando che i miei occhi s’inebriassero di quell’affascinante spettacolo. In lontananza, i rumori vaghi e ovattati della città mi ridestarono conducendomi per mano a una scontata e grigia realtà. Mi rimisi in cammino, proseguendo lungo la dorsale del Ceva e arrivando a una seconda sommità rocciosa. Da qui proseguiva la stupenda panoramica sulla piana di Monticelli, sul monte Ricco e sulla Rocca di Monselice. Ad un tratto, fui investito dallo svolazzare concitato e confuso di due farfalle (Vanessa Atalanta o Vulcano e Vanessa Cardui o Vanessa del cardo), belle e colorate.
M’incantai a guardarle mentre s’inseguivano in un vorticoso piroettare, fatto di rapidi movimenti e frenetici batter d’ali: mi sentivo spettatore di un loro gioco. Si sfioravano, toccavano terra, si risollevavano e poi via, a perdersi negli spazi aerei della pianura. Un autentico spettacolo faunistico della natura. Poco dopo le vidi tornare e andarsi a posare sopra dei sassi, ricoperti da scure muffe. Il loro continuo rincorrersi, le portava ogni tanto a riposarsi, crogiolandosi all’invitante tepore del sole. Inutile dire che ne approfittai per scattare qualche foto. La natura, a volte, ci mette di fronte a degli spettacoli così unici e irripetibili, che è impossibile far finta di niente e non esserne coinvolti. Guardai l'orologio che segnava le dodici e un quarto. Decisi di tornare indietro e, in poco tempo, raggiunsi la cima principale. Solo con me stesso e con i miei pensieri, restai per qualche minuto immobile a contemplare, in un assordante silenzio, quell'infinità di verde e d'azzurro che mi stringeva, mi avvolgeva, racchiudendomi in sé, come i petali di un fiore. Avrei voluto far volare alta una preghiera, ma quello che seppi fare in quell'attimo fugace, fu sfiorare il caldo ferro della Croce e segnarmi, come cenno di ringraziamento. Raccolsi nel mio cuore quei momenti d'intimità e proseguii il cammino, discendendo per la stessa via dell’andata. Ero saturo di dolci sensazioni. Quel breve itinerario mi regalò una serie così bella d’immagini, emozioni, stati d'animo insoliti e mai provati, che, percorrendo il ritorno, la mia mente ne srotolò ogni fotogramma. In un tratto, dove la boscaglia si faceva più fitta e il sentiero si restringeva, limitando il passaggio ad appena una persona, vidi salire, con passo lento e regolare, una giovane coppia con un bimbo, seguita, a distanza, da quattro ragazzi che, al contrario, procedevano spediti e solerti verso la cima. Mi feci da parte sostando in leggera pendenza, su un piccolo spazio erboso, ai lati del sentiero, per permettere al gruppetto di passare agevolmente. I ragazzi, in poco tempo, raggiunsero e superarono la coppia dileguandosi poi, come agili camosci, su per il ripido sentiero. Il giovane padre invece, un uomo alto, magro, sulla trentina, faticava non poco a tenere seduto cavalcioni sulle spalle, il proprio figlioletto di tre – quattro anni, biondino, un po’ robusto, con due occhietti vispi e pieni di energia. L’infante, nella comoda e insolita posizione, dimenava su e giù le gambette paffute rispondendo divertito alle buffe espressioni di sua madre che, da dietro, lo stuzzicava facendolo ridere di gusto. Quello che invece non si divertiva affatto era il padre che, scambiato per un cammello tibetano, s’ingobbiva sempre più sollecitato dal peso del bimbo e dal suo continuo dimenarsi. Dopo aver assistito al simpatico siparietto famigliare, decisi di muovermi e ripresi a scendere. Passai accanto alla giovane coppia e con un cenno della mano, salutai. Lui, con un movimento lento del capo, contraccambiò continuando ingobbito a cadenzare i suoi passi che diventavano sempre più pesanti e impacciati, mentre sua moglie continuava a divertirsi insieme al piccolo “marajà”. Lasciandomi trasportare dal dolce pendio e superata una serie di strette serpentine, giunsi a una caratteristica scalinata, ricavata sull’umido terreno del sottobosco, con un poggia mani composto da un tronco sottile di castagno scortecciato, che seguiva con armonia la linea semicurva dei gradini. Giunsi così al bianco tappeto di Aglio orsino e, seguendo lo stretto viottolo, alla strada sterrata che mi riportò al lungo viale dove avevo incontrato il mio amico Billo. Arrivai al ristorante Belvedere che erano quasi le una e mezza, trovando il piazzale strapieno di lussuose auto tirate a lucido. Tra queste ne spiccava una, avvolta da larghe strisce di carta bianca, con un grande fiocco sopra il tetto, dei palloncini colorati attaccati qua e là, e dei cartelli con la scritta “ W GLI SPOSI!” , il tutto arricchito dai nomi dei due giovani sposini riportati sul cofano dell'auto con la schiuma spray. La mia invece stava ancora lì, modesta e grigia utilitaria e quasi non si notava in mezzo a tutto quel luccichio di carrozzerie all’ultimo grido. Dal locale, un mormorio confuso di voci festanti si mischiava alle allegre note di un valzer, mentre sull’ampio terrazzo alcuni invitati se ne stavano rilassati su una panchina a smaltire i fumi della festa.
Prima di partire, guardai ancora una volta la cima del Monte Ceva e la sua Croce che ora ritornava ad essere ai miei occhi piccola e solitaria. Raccolsi dentro me le tante emozioni che quella giornata mi aveva regalato, celandole con cura in fondo al cuore. Sulla via del ritorno un pensiero mi attraversò, proiettando la mente a giorni lontani, nascosti, in cui la mia voce tremante di narrante sognatore iniziava a raccontare le straordinarie avventure che Madre Natura, nella sua infinita bontà, mi aveva donato.
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| Iphiclides Podalirius |
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| Dittamo |
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| Fico d'India |
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| Vanessa Atalanta |
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| Nel magico silenzio del tramonto, lascio che i miei pensieri vaghino liberi, mentre m'abbandono alla leggerezza della vita.
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