Colori d'autunno

Colori d'autunno
“ Storie che vanno via veloci disperdendosi al vento come fili di fumo. Il fumo è testimone di un fuoco. La legna finisce, il fuoco si spegne. Rimane l’odore del fumo, che è ricordo. Del fuoco resta la cenere, che è memoria. Rovistando tra la cenere si pensa al fuoco che fu. Ricordare fa bene, è un buon allenamento per resistere e tirare avanti.” (Mauro Corona)

lunedì 23 giugno 2014

L’INCONTRO


La panchina, luogo d'incontro per raccontare... per raccontarsi.
                                                                                                            
Mi è capitato, durante il percorso della mia vita, di imbattermi in situazioni strane, in storie imprevedibili, a volte paradossali, completamente avulse dalla realtà che fino a quel momento stavo vivendo. Senza accorgermene, mi trovavo catapultato in una dimensione nuova, con indosso un ruolo cui sentivo di non appartenere. Era come se davanti a me ci fosse un muro invalicabile di diffidenza e scetticismo, oltre il quale non riuscivo a porre le mie scelte, i miei pensieri. Meglio allora starsene nella propria agiatezza, rintanati al proprio posto, senza il rischio di andare incontro a una realtà disagevole e ingombrante, con il timore, magari, di non trovare le espressioni o gli atteggiamenti idonei per far fronte a quella circostanza. Mi rendevo conto, insomma, di vivere una situazione che diventava sempre più stantia, opprimente e il desiderio di voltar le spalle e fuggire, diventava sempre più un’ipotesi concreta. Poi, come sospinto da una forza estranea, misteriosa, nacquero in me nuove sensazioni che m’incoraggiarono a volare oltre quel muro che fino a prima trovavo insormontabile. Finalmente andavo incontro alla mia libertà, avrei potuto guardarla in faccia, assaporarla, godermela serenamente, senza paure, cercando di scoprirne ogni angolo, ogni punto nascosto. Una libertà che volevo sentire finalmente mia, perché solo così avrei potuto vivere la mia vita fino in fondo. 

Giallo d'autunno


Domenica mattina. La giornata si presentava limpida e fresca, illuminata dalla luce intensa e pulita di un sole sgombro da nubi. Sebbene fossimo ai primi di novembre, l’autunno non voleva separarsi dai suoi colori, continuando a vestire la natura con la sua coperta tessuta di calde tonalità. Mi trovavo, dopo appena due settimane dall’escursione al Monte Grande, a ripercorrere i tornanti di Teolo, questa volta di ritorno da una piacevole camminata lungo i sentieri boschivi del Monte della Madonna. Mentre percorrevo la strada che mi portava a Villa, notai, ai lati della corsia, un’anziana donna e un ragazzino che camminavano, una dietro l’altro, rasente un muretto di contenimento che costeggiava la corsia stessa. Li passai, sfiorandoli con lo sguardo, immaginando il rischio cui andavano incontro nel percorrere una strada così stretta e frequentata, sprovvista per di più di una segnaletica pedonale. Continuai la mia guida fluida e tranquilla, lasciandomi alle spalle la semplice considerazione. Fuori, intanto, spirali di vento seguitavano a mulinare aria in un continuo andirivieni di gelidi soffi. Aprii il finestrino. Volevo godermi quell’aria e respirarla. Cristalline fragranze m’inondarono il respiro di buono. Immerso in quella metamorfosi di colori che mi si appiccicavano addosso in un abbraccio festoso, guardai trasognato quel capolavoro naturale che il vetro del cruscotto sembrava incorniciare. Tutto era armonia, stupore, leggerezza, poesia. Stavo per raggiungere, nel frattempo, il luogo dove, quindici giorni prima, il mio sguardo fu rapito dall’immagine sfuggente e misteriosa di uno scorcio di paesaggio in cui l’immagine di un esile albero, bastò per accendermi la fantasia. Improvvisamente, dal mio inconscio, sentii uscire una vocina che richiamò la mia attenzione. Mi strattonava, mi scuoteva, cercando in tutti i modi di svegliarmi da quel mistico torpore che mi avvolgeva: era come se mi mandasse un segnale, un avvertimento. Pensai bene di darle ascolto. Almeno per una volta, giusto o sbagliato che fosse. Troppo spesso, infatti, per pigrizia o per voluta indifferenza ebbi la presunzione di non prenderla in considerazione, ignorandone l’“imput” che lei stessa mi trasmetteva come un segnale, un avvertimento. Conscio, poi, dell’errore, alla fine mi pentivo, ma ormai era tardi. La vendetta era consumata. Lasciai, allora, che la “fraterna vocina” mi afferrasse per mano, per condurmi in un viaggio sconosciuto, che desideravo vivere a tutti i costi. Decisi così di ripercorrere quel sentiero. Giunsi a destinazione che erano le undici. Scesi dall’auto e rividi, ancora una volta, quel frammento di poesia che continuava a stare lì, incastonato tra quelle mura, come diamante in un solitario. L’alberello, invece, resisteva stoicamente alle intemperanze del vento che lo ingobbivano sempre di più. Presi con me lo zaino e la macchina fotografica, pensando all’eventualità di scattare nuove foto: era la giornata ideale, ben diversa da quella piatta e minacciosa vissuta due settimane prima; sicuramente avrei trovato un’altra atmosfera, altri colori, altre emozioni. Risalii il tratto d’asfalto che mi separava dal punto esatto da dove aveva inizio la stradina sterrata. Giunsi in prossimità della casa color mattone chiaro con i due melograni che mostravano, ancora rigogliosi, i coriacei frutti. Prima però di iniziare il sentiero, m’incuriosì l’idea di avvicinarmi a una delle finestre, sperando di trovare ancora il volto vigile dell’anziana signora. Guardai attraverso i vetri, ma non vidi nessuno, né percepii alcun rumore. Sembrava proprio che all’interno non ci fosse anima viva. Forse sarà andata alla messa, pensai, o forse sarà da qualche parente a consumare il pranzo della domenica. Allora mi spostai più in là, sul lato meno esposto della casa, con la speranza di trovarla in orto a “rancuràre[1]” verdura o a dar da mangiare alle poche galline che aveva, ma neanche lì la trovai. Tornai indietro, questa volta deciso a iniziare il sentiero. Ci saranno altre occasioni per incontrarla, mi dissi.

La signora, conscia della mia resa, rilassò il suo volto....
Stavo mettendomi in cammino, quando sentii alle spalle una voce appena percepibile, esclamare: ” Ehi, giovinòto!”. Inizialmente non ci feci caso. Poi il tono aumentò facendosi più fermo e deciso: “ Siòr, pòlo fermàrse?” . A quel punto intuii che ero io l’obiettivo. Mi voltai, cercando con lo sguardo quella voce che sentivo provenire dalla strada. In lontananza, vidi una signora, vestita di scuro, venirmi incontro con passo lento e dinoccolato che cercava, con ampi cenni del braccio, di attirare la mia attenzione. Si trattava dell’anziana donna intravista poco prima, sulla grigia discesa di Teolo. Ad accompagnarla c’era ancora il ragazzino, un tipetto singolare, tutto pelle e ossa con i capelli dritti in testa, neri come l’inchiostro, che improvvisamente, come risucchiato da una forza magnetica, si staccò da lei dileguandosi giù per un vicolo secondario fino a scomparire dietro a una siepe. Chissà cosa spinse quel furetto, a una fuga così risoluta e sbrigativa. Mentre la donna si avvicinava, ebbi modo di mettere a fuoco la sua figura che pian piano prendeva forma, somigliando sempre di più a qualcuno già visto. I bianchi capelli scompigliati dal vento, sembravano fili di seta che, con la luce riflessa del sole, assumevano il candore della neve, il volto era solcato da sottili rughe che parevano disegnate a penna e davano all’espressione un tono di fermezza e severità, da incutermi un senso di riguardo. Portava un lungo vestito scuro, un po’ a fantasia, una traversa bianca con bordi azzurri allacciata in vita e uno scialle di lana traforato, che le copriva le spalle. Sul fianco destro, sosteneva un cesto di vimini pieno di biancheria pulita, che reggeva aiutandosi con il braccio. Quando fu a pochi metri, capii subito che si trattava dell’anziana donna che tanto avevo cercato. Piacevolmente sorpreso dell’incontro, a quel punto, m’incuriosì conoscerla. Lei, invece, sembrò non pensarla allo stesso modo. Lo capii dal tono di voce, quasi minaccioso, con il quale m’invitava a esporle le ragioni della mia intrusione. Con calma, cercai inizialmente di farle venire alla mente i particolari del nostro precedente incontro – cosa che lei continuava a non ricordare – ma soprattutto volevo spiegarle che, ancora una volta, si sbagliava a essere così diffidente nei miei confronti. In fondo non stavo facendo nulla di male, ero distante dalla sua abitazione e all’inizio del sentiero non vi era nessuna indicazione o sbarramento che ne vietasse l’accesso. Lei, invece, proseguì imperterrita nei suoi ragionamenti, ripetendomi più volte che quel sentiero non portava da nessuna parte e che vedere gente come me, gironzolare intorno a casa sua, la angosciava. Mentre mi parlava, percepii un sottile velo di apprensione che la sua voce mal nascondeva. A quel punto, non volli accentuare ancora di più il suo disagio e, scusandomi ancora per averla intimorita, la salutai. Ci fu un gran silenzio, nessuno di noi due aggiunse più nulla e tutto sembrò quietarsi. D’improvviso, un lampo scosse i pensieri dell’anziana donna. Nella sua mente, il ricordo di quel sabato mattina le apparve in tutta la sua chiarezza. Mi richiamò a se, e in un susseguirsi di rapidi flash, mi descrisse i vari episodi che caratterizzarono quella singolare giornata. La coperta di gelo che fino a qualche istante prima ci avvolgeva, ora si stava pian piano sciogliendo. Quando tutto fu chiarito, per prima cosa le chiesi se era possibile conoscere il suo nome. In un dialetto stretto, da tenace e arcigna donna di campagna, disse di chiamarsi Rosa, anche se la gente del posto continuava a variarlo usando vezzeggiativi del tipo “ina” (Rosina) o “etta” (Rosetta). Questa, era una cosa che mal sopportava e che la faceva sentire a disagio; glielo lessi nella sua espressione triste e rassegnata con cui me ne parlava. Era diventata ormai una questione di principio, una fissazione quasi maniacale. Quelle variazioni in “ina” o “etta”, non facevano altro che distorcere la bellezza del nome e la leggiadria del suo significato. Sosteneva, infatti, che il nome di una persona, andasse rispettato, ammirato, a volte anche invidiato. In fin dei conti è ciò che ci rappresenta, ci identifica, ci unisce; è il valore aggiunto alla nostra personalità, il vestito buono da indossare per l’intera vita: perché, allora, alterarne la primitiva bellezza? Un respiro profondo, quasi liberatorio, uscì improvviso dalle sue labbra. Dalla tasca del grembiule, tirò fuori un fazzoletto per asciugarsi il naso diventato paonazzo per il freddo. Poi, senza che aggiungessi parola, mi confessò di essere rimasta da poco vedova e di avere due figli, un maschio e una femmina, felicemente sposati ma, purtroppo, molto distanti da lei. Mentre diceva questo, il suo sguardo si riempì d’ansia. “I vièn catàrme cussì pòco”, disse attorcigliando nervosamente tra le mani il fazzoletto, “ che sa gò bisogno de calcòssa, a fasso ora voltar l’ocio dièse volte!” (Vengono a trovarmi così poco, che se ho bisogno di qualcosa, faccio tempo a morire dieci volte). A questa frase, mi venne da sorridere, ma nel volto di Rosa notai la sofferenza della solitudine e dell’abbandono. Rosa viveva da sola, accompagnata dai suoi ricordi. Da sempre aveva sperato che almeno uno dei due figli, vedendola sfiorire, potesse darle una mano e starle vicino, confortandola, infondendole coraggio e nuova linfa nei momenti in cui si sentiva sola. Evidentemente, il destino le riservava altro. La cosa certa era che Rosa doveva ancora combattere, con se stessa e con la vita. Le restava la sua terra. Quella terra che, fin da ragazzina, imparò a coltivare e a rendere fertile ma che non le permise, una volta cresciuta, di vivere pienamente la sua libertà di giovane donna, portandola a sacrificare lo svago e l’amore. Quella terra che tanto le aveva tolto, ma che sentiva ancora di amare più della sua vita.

Nella terra appena dissodata, una nuova vita sta per nascere.

Ascoltai Rosa in silenzio, lo stesso che impregnava l’aria in quel momento. Dopo un po’ le chiesi, vista la sua vena confidenziale, se non era il caso di trovare un posto in cui sedersi per continuare tranquillamente la conversazione. Senza dire niente, prese da terra il cesto di biancheria, si diresse verso l’entrata di casa e lo posò accanto alla parete, in maniera che stesse riparato. Poi, con un cenno della mano, m’invitò a seguirla. Passammo di fianco casa e scendemmo lungo una stradina ghiaiosa fiancheggiata da alte siepi che nascondevano una serie di abitazioni. Percorsi alcuni metri, sbucammo presso un cortile che si apriva su un’ampia piazza, attorniata dai vividi colori del platano e del frassino che ne adombravano in parte la superficie. Ai bordi, un trittico di panchine e tavolini in pietra ammuffiti dal tempo e dalle intemperie, creavano una specie di semicerchio che ne seguiva la forma circolare. A questo punto Rosa si fermò, indicandomi con il dito la panchina su cui era solita sedersi. “ Quà d’istà ea zente vien par stare al fresco e ciacolàre de quèlo che capita.” (Qua, d’estate, la gente viene per rinfrescarsi e chiacchierare di quello che succede), disse guardandosi intorno come se fosse lei a gestire quello spazio. Prima di sederci, spostammo con la mano alcune foglie secche che coprivano la seduta della panchina, mentre quelle a terra continuavano a scrocchiare allegre sotto i nostri piedi. Aiutai Rosa ad accomodarsi, facendo attenzione ché non scivolasse. Poi mi sedetti anch’io, appoggiandomi a fianco, lo zainetto e la macchina fotografica. Rivolsi d’istinto lo sguardo al cielo. Non so esattamente il perché, ma lo feci. Forse era un modo per attingere un’idea o un’ispirazione adatta alla circostanza. Era di un azzurro intenso, illimitato, sembrava un immenso oceano. Fissai quel colore fino a riempirmi gli occhi. Mi trasmetteva gioia, mi rilassava, mi faceva stare bene.

Colori d'autunno
Gli alberi, intanto, continuavano a essere spazzolati dal giocoso soffiare del vento d’autunno che si divertiva come un matto a tirar via le foglie dai rami, facendole cadere a terra come tante piume colorate. Per le vie e nelle vicine case regnava il silenzio del dopo pranzo. Un silenzio che comunque trovai avvolgente, sacrale, che riempiva di pace quel momento. Un tocco di campana, proveniente dalla vicina vallata, mise fine a quell’incanto. Balzando su di scatto dalla panchina, guardai l’orologio che portavo al polso, segnava l’una e trenta. Il tempo era volato via senza che me ne accorgessi ed ero in forte ritardo per il pranzo. Cercai di congedarmi in fretta da Rosa, scusandomi per il breve tempo dedicatole ma, soprattutto, pensando alle imprecazioni che avrei ricevuto da mia moglie al mio ritorno. Lei, di contro, appoggiandomi una mano sulla spalla, mi fermò, pregandomi di restare. Fu una richiesta che mi spiazzò, lasciandomi senza una risposta. Incespicando sulle parole, cercai di farle capire che avevo una famiglia che mi stava aspettando e che anche lei, forse, avrebbe dovuto pensare al suo appetito. Con la schiettezza che la distingueva, mi rispose che già si sentiva sazia avendo fatto, durante la mattinata, un’abbondante colazione da sua nipote. I morsi della fame mi stavano attorcigliando lo stomaco. Non sapevo cosa dire né come comportarmi. Mi resi conto di trovarmi di fronte a una situazione paradossale, oppresso da un’incertezza che mi teneva in bilico. Quella stessa incertezza che ogni giorno m’intralciava la vita rendendomela insicura e piena di dubbi. Guardai Rosa che se ne stava seduta lì, sull’umida panchina di pietra, in attesa di una mia risposta che tardava ad arrivare ma che alla fine, trovai. Lasciai le mie apprensioni disperdersi nel vento, insieme al profumo di foglie sfatte che l’aria sollevava da terra, e con un cenno del capo feci segno a Rosa che sarei rimasto, incontrando nei suoi occhi un segno di compiacimento. Chiamai mia moglie informandola di quanto stava accadendo. La pregai di non preoccuparsi e di aspettare tranquilla il mio ritorno. Completate con buon esito le formalità coniugali, presi lo zaino per vedere cos’era avanzato dalla camminata fatta nella mattinata. Lo aprii trovandovi ancora due pacchetti di crackers, dell’acqua e una barretta di cioccolato avvolta nell’alluminio. Tirai fuori il “mesto pranzo” offrendogliene anche a Rosa che, nonostante la sua sazietà, accettò volentieri. Mangiammo per un po’in silenzio, cullati dal lento andare dei pensieri che vagavano leggeri la nostra mente. Centellinando ogni morso, rimanevo con lo sguardo incantato a fissare un punto davanti a me, senza riuscire a metterlo a fuoco, come se andassi in cerca di una risposta che mi svelasse il perché di quell’istante. Fu Rosa a rompere l’armonioso silenzio, parlandomi ancora una volta della sua gioventù e della sua terra. Col passare del tempo il nostro dialogo divenne più scorrevole e sincero. Iniziammo a darci del tu, sciogliendo così quel sottile velo di diffidenza che poco prima ci legava. Ascoltavo volentieri i racconti di Rosa, mi piaceva seguirne le sfumature, gli aneddoti, viaggiare con lei a ritroso nel tempo e, con la fantasia, immaginarmi di essere lì, accanto a lei e vivere quella vita. Alle luci del primo pomeriggio, un po’ alla volta il cortile cominciò a popolarsi di vispi ragazzini che, ancora saturi del pranzo appena terminato, correvano avanti e indietro prendendo a calci un pallone che tutti volevano far proprio. Ne seguirono grida e incitamenti che, alla lunga, infastidirono i nervi e le orecchie di Rosa. Spazientita dal continuo schiamazzare, si alzò dalla panchina e scrollandosi le briciole di dosso m’invitò ad abbandonare quel luogo diventato ormai una ridda di voci concitate e caotiche che mal si addiceva alla sua mentalità di donna all’antica. “Còssa sarà mai stò zògo del calcio!” – disse rifacendosi il nodo al grembiule. E dopo un attimo di pausa, aggiunse: “Ma nò i se rende conto che vànti ‘ndar fòra a zugàre , i gà da fare e lessiòn!” (Ma non si rendono conto che prima di uscire a giocare, devono fare le lezioni!). In verità, quei ragazzini facevano un tal frastuono, da sembrare il doppio di quelli che in realtà erano: era davvero impossibile parlare normalmente senza dover urlare. Così anch’io mi alzai, dando un ultimo sguardo a quel gruppetto di scalmanati che continuavano nel loro gioco a rincorrersi. Nell’aria tagliente del pomeriggio, guardavo quei giovani volti arrossirsi come mele mature e il loro fiato tramutarsi in nuvole bianche che si sperdevano leggere come soffi di borotalco, svanendo silenziose al continuo sospirare del vento. Raggiunsi Rosa, che nel frattempo mi aveva preceduto di qualche metro, e con lei ripresi la strada del ritorno. Durante il tragitto, mi ritornò alla mente una domanda che da qualche giorno mi ronzava in testa, una di quelle che s’insinua furtiva nei pensieri di tutti i giorni e che non ti abbandona se prima non ne trovi la soluzione. Una domanda che già quindici giorni prima avrei dovuto farle, ma chissà per quale motivo non ebbi la forza di pronunciare. Forse perché mi mancava il coraggio o avevo il timore di una sua risposta sgarbata, insofferente o forse perché non volevo andare incontro a un suo silenzio. Un silenzio che mi avrebbe messo in testa altri dubbi, facendomi immaginare tutto e niente. Era questo il mio vero timore. In ogni caso non l’avrei biasimata, anzi, l’avrei capita perfettamente. Comunque andasse, era un interrogativo cui dovevo dare assolutamente una risposta.

La corte di casa
Arrivammo davanti casa. Il cesto della biancheria era ancora al suo posto, adagiato sul selciato, vicino alla porta d’ingresso. Qualcuno, in nostra assenza, lo aveva ricoperto con un telo bianco per proteggerlo dalle foglie e dal vento che ogni tanto imperversava con improvvisi sbuffi. Rosa si chinò e lo tolse. Mi disse che a mettere quel telo era stata una sua vicina di casa che di tanto in tanto passava a trovarla per darle un saluto e controllare che tutto andasse bene. Intanto che lei mi parlava, io non riuscivo a staccare gli occhi da quel cumulo di bianco. Il sole del pomeriggio lo illuminava di luce calda e profumata rendendo il suo biancore quasi accecante; l’aria, invece, ne disperdeva le delicate essenze che pian piano giunsero a inondarmi il respiro. Tirate fuori dalla tasca della traversa le chiavi di casa, Rosa aprì in doppia mandata la porta d’entrata, spalancandola completamente, lasciandomi così intravedere parte dell’arredamento, in perfetta sintonia con la sua personalità: austero ed essenziale. Poi, raccolto il cesto della biancheria, m’invitò a entrare per un caffè. Ringraziando, accettai. Appena varcai l’ingresso, fui subito rapito dagli odori perpetui del tempo imprigionati in quelle mura intrise di ricordi. Sapevano di legno vissuto, di muffa, di brace appena spenta; odori che il calore della stufa accesa accentuava, spargendone l’anima per tutta la casa. Li respirai profondamente, finché le narici ne furono sature. Mi guardai intorno, incuriosito. Mobili vecchi, quadri, oggetti di vario genere, immagini sacre, ogni cosa aveva il sapore antico del passato, il valore autentico di un tesoro che lei custodiva gelosamente tra quelle pareti di cemento. Una vecchia cassapanca di legno di noce collocata in un angolo dell’entrata, attirò la mia attenzione. Era impreziosita da un bel centrino che ne riempiva tutta la lunghezza e sopra, vi erano posati, in bella mostra, alcuni portafoto che incorniciavano immagini di famiglia che Rosa, con arguzia e precisione, aveva disposto con un ordine quasi geometrico. Non li contai, ma a occhio e croce saranno stati una decina, tutti in diagonale, uno dietro l’altro, a distanza regolare e in rigoroso ordine decrescente. Prima di entrare in cucina, notai che sopra la porta era appeso, in posizione centrale, un bel crocefisso in legno di olivo intagliato a mano, come segno di devozione. Quando entrai, trovai Rosa intenta a preparare il caffè che poi, con cura, mise sulla piastra della stufa a legna. Nell’attesa che la bruna miscela gorgogliasse e spandesse il suo aroma, Rosa sfilò una sedia da sotto il tavolo e m’invitò a sedere. Era in formica verde salvia, con lo schienale un po’ sbeccato e lo scheletro in metallo che, in alcuni punti, presentava della ruggine. Dello stesso stile, erano anche il tavolo, la credenza e le altre tre sedie. Al centro del tavolo, risaltava una ciotola in vetro smerigliato riempita di frutta assortita tra cui spiccavano tre belle arance, il cui profumo invitava a mangiarle. In quella calda e intima atmosfera che si era venuta a creare, pensai che fosse giunto il momento di parlarle, di porle, finalmente, quella domanda che da settimane mi assillava e di capire, in modo definitivo, quel nascosto segreto che tanto la tormentava. Rosa stava lì, anche lei seduta davanti a me, con l’espressione vaga di chi attende che sia l’altro a fare la prima mossa. Cercai allora di scuotermi e uscire dall’imbarazzante senso d’inquietudine che mi attanagliava e mi teneva inchiodato sul posto. Inspirai a lungo, espellendo lentamente l’aria dal mio petto, racimolai frammenti di coraggio e tenendo un tono di voce adeguato, le chiesi da dove provenisse quell’oscura apprensione che, agli occhi degli altri, la faceva sembrare distaccata e lontana, e quell’ostinata ritrosia, che riversava così pesantemente sulle persone e sulla vita. Seguì un breve silenzio che, in quell’istante, mi sembrò eterno. Fu il gorgoglio della moka a spezzare quell’eterea silenziosità interpostasi tra i nostri sguardi incerti, sospesi in un interrogativo cui non riuscivamo a staccarci. Rosa si alzò, prese la moka dalla stufa, versò il caffè sulla tazzina, tirò fuori dalla credenza lo zucchero e mise il tutto su un vassoio che appoggiò sul tavolo. Mi servii e con il cucchiaino, mescolai lentamente lo zucchero. Ne uscì un ritmato tintinnio, simile a un dolce suono di campanelle a festa, che rimbalzava allegro sulle pareti della cucina. Mentre sorseggiavo il caffè, scrutai gli occhi di Rosa, sempre attenti e insondabili, resi impermeabili dalla patina del tempo che lasciava scivolar via ogni tipo d’emozione. D’improvviso, le sue labbra accennarono un tenue sorriso, in un’espressione che sembrava nascondere qualcosa. Come una crisalide avvolta nel suo bozzolo, Rosa continuava a stare immersa nei suoi pensieri e a non dire niente. Alzatasi, poi, dalla sedia, si tolse lo scialle, lo posò sullo schienale e uscì dalla cucina dicendo: ”Spèta n’àtimo”. Si presentò poco dopo con una vecchia scatola di latta piuttosto consunta che posò sul tavolo con delicatezza come se, all’interno, vi fosse contenuta chissà quale reliquia. Era tutta decorata da immagini floreali su fondo rosa antico e sul coperchio sbordava una barretta ottonata che fungeva da apertura. Prima di aprirla, però, Rosa volle spiegarmene la provenienza e come ne entrò in possesso. Un tempo, quella scatola conteneva caramelle assortite, confezionate singolarmente, una a una, da una cartina colorata che ne faceva intuire il gusto. Gliela regalò sua madre, nel giorno del decimo compleanno, sfinita dalle continue richieste della figlia. Rosa, infatti, si accorse di quell’invitante confezione, una mattina, passando davanti alla vetrina della drogheria, dove ogni tanto sua madre si fermava a far compere. Era esposta in bella mostra, in mezzo a tante altre leccornie e ogni volta che la vedeva, i suoi occhi s’illuminavano di gioia. Da quel giorno, Rosa decise che doveva appartenerle a tutti i costi. E così fu. Ogni volta che scartava e assaporava quelle delizie ai gusti di frutta, d’anice, di miele e d’orzo, il suo palato si riempiva d’allegria; quella goduria gustativa, la coccolava, la faceva star bene. Una volta poi svuotata del contenuto, Rosa conservò quella scatola come un oggetto prezioso, facendone il suo scrigno dorato dove riporre i suoi segreti e i suoi ricordi. E, anno dopo anno, Rosa vi raccolse un’intera vita: un pacchetto di lettere, scritte in gioventù e mai spedite, raccolte in meticoloso ordine cronologico, da un nastrino di raso blu, santini, anelli, chincaglierie, ritagli ingialliti di giornale e un involucro di plastica, dove all’interno vi erano dei petali secchi di rosa. In quel sacchettino scurito dalla muffa, oltre ai petali, si leggeva a stento un bigliettino che diceva: “Al mio grande Amore, tuo per sempre. Giulio”. Era uno dei primi pensieri d’amore che ricevette da chi un giorno sarebbe diventato suo sposo. Ogni oggetto che Rosa estraeva da quel rettangolo di latta, era un frammento di vita intriso di storie, aneddoti, curiosità che si rianimava attraverso i suoi racconti. Tutto aveva una data, un significato, come se quei ricordi non appartenessero al passato, ma fossero più che mai presenti nella sua mente.


Mi distolsi per un attimo da quella carrellata di ricordi, volgendo lo sguardo alla finestra. Attraverso i vetri, la luce calda del tardo pomeriggio, era morbidamente filtrata dalle tendine che ne attutivano la forza, tingendo di riflessi dorati il piano del tavolo e parte del muro, in una scenografia naturale che dava l’illusione di stare in un contesto teatrale. Capii allora, che quella scatola rappresentava per Rosa il suo mondo nascosto, l’ancora di salvezza per uscire da una realtà alla quale non sentiva più di appartenere, un salutare “passepartout” da usare quando la solitudine le sovrastava i pensieri e l’angoscia le mordeva l’anima. Ecco, dunque, i suoi sospetti, i suoi dubbi, il suo continuo indagare verso tutto e tutti. La luce del sole allungava sempre più la sua ombra, imbrunendo pian piano l’orizzonte. Mi alzai dalla sedia, facendo capire a Rosa che era venuto il momento di salutarci. Questa volta acconsentì, guardandomi teneramente. Le porsi la mano, ringraziandola per le belle ore trascorse insieme. Attraverso i suoi racconti, ebbi modo di conoscerla in profondità, scoprendo quel lato nascosto che, agli occhi degli altri, la faceva sembrare rude e scontrosa. In realtà non era così. Rosa si dimostrò d’essere, al contrario, una persona sensibile, attenta ma, soprattutto, autentica. Certamente, il tempo ne aveva cambiato l’aspetto, affievolito il vigore; il suo animo, però, era rimasto intatto, puro. Pensando a ciò, mi resi conto che anch’io stavo vivendo in modo diverso la mia vita. Ero riuscito, inconsapevolmente, a darle un significato, proiettandomi così in una dimensione nuova, sicuramente più realistica e gratificante rispetto a quella stereotipata e confusa che conducevo tutti i giorni. Ora, potevo finalmente dire di assaporarne tutto il suo valore. Prima di accompagnarmi all’uscita, Rosa ripose con cura tutti i suoi ricordi dentro la scatola, poi prese il coperchio e la chiuse, lasciandola lì, vicino alla ciotola di frutta. Uscimmo, e i profumi acri della sera ci sfiorarono il respiro di malinconia. Guardai l’orizzonte. Il cielo si era ritagliato una striscia di cobalto che faceva apparire quella parte d'azzurro, ancora chiara, tersa, mentre tutt’intorno le sagome dei colli diventavano via via sempre più scure e solitarie. Il sole era una palla infuocata che, lentamente, degradava il suo bagliore dietro la scura luce del crepuscolo, lasciando intatti i soffusi colori del tramonto. Rosa volle accompagnarmi ancora per qualche metro. Arrivammo così al punto dove, l’angusto sentiero, iniziava il suo percorso. Guardandomi, poi, con un’espressione incuriosita, mi chiese cosa stessi cercando di così importante lungo quel viottolo imboscato, dimenticato da Dio. “Un esile e solitario albero”, risposi. Infatti era lì, che si ergeva solitario in mezzo all’oscurità della pianura. Lo vedevo a stento, ma ne distinguevo ugualmente i contorni. La sua silhouette era inconfondibile. Sembrava la mano rattrappita di un vecchio, usurata dal tempo e dalla fatica, protesa verso l’alto, alla ricerca di un aiuto o di una risposta che qualcuno, lassù, avrebbe dovuto dargli ma che il passare del tempo aveva per sempre cancellato, trasformando quella mano in un intricato groviglio di rami secchi e aridi. Quando indicai anche a Rosa il minuto albero, scoppiò a ridere. Lei, che ogni giorno lo vedeva ciondolare alle gelide frustate del vento, non lo considerava neppure, anzi, mi fece capire che un albero come quello lo avrebbe usato solo per far legna da buttare sul fuoco. Ancora una volta la spontaneità di Rosa affiorò dalle sue labbra come petali di un fiore al primo disgelo. Lasciai scivolar via la sottile provocazione e tenni dentro di me le emozioni e le molteplici percezioni che quell’alberello seppe trasmettermi. Abbracciai affettuosamente Rosa promettendogli che, se mi fossi trovato nuovamente dalle sue parti, sarei senz’altro passato a darle un saluto. Scesi il breve tratto che mi separava dall’auto, ripensando alla giornata trascorsa e agli appassionanti racconti di Rosa. Racconti di gente povera e orgogliosa, affidati al grembo materno della terra, raccolti dalla voce flebile del vento e poi sparsi, come chicchi di grano, nei fertili solchi di cuori sognanti.

Le calde tonalità del tramonto.
[1] Rancuràre = Raccogliere

lunedì 16 giugno 2014

Natura e Colori dei Colli Euganei


La natura degli Euganei attraverso l'evolversi delle stagioni, in un 
 continuo mutamento che ne accresce ancor di più la  straordinaria bellezza.



Fotografie di Massimo Guercini

venerdì 13 giugno 2014

Il mio angolo di poesia



Il ricordo di un perduto amore, un sogno ricorrente che tormenta il sonno di notti interminabili.
Solo disegnandone la figura sulla parete della stanza, la mia anima potrà trovar pace.


lunedì 9 giugno 2014

LA VOCE DEGLI ALBERI



Camminando attraverso i sentieri degli Euganei, ho potuto costatare quanto fosse meravigliosa la natura che mi circondava e quanto armoniosa e avvolgente fosse la sua bellezza. Ogni volta l’itinerario, anche se l’avevo già percorso, era sempre una scoperta nuova, affascinante, ne scoprivo particolari che fino a quel momento non avevo mai visto, angoli di natura dove l’occhio non si era mai posato, accorgendomi così delle bellezze recondite, ancora inesplorate, che essa possedeva. Essere attratti da un bel fiore colorato o dalle ali di una farfalla variopinta, oppure dalla limpidezza di un paesaggio, ha una sua logica, è normale. E’l’istinto che indirizza il nostro sguardo a focalizzare quel determinato punto, è l’immediatezza di quell’immagine che ci colpisce, portandocela dritta al cuore. La mia visione, però, è un po’ diversa. Ho imparato, durante i miei percorsi, a osservare la natura, oltre che per la bellezza esteriore, anche per la sua parte più nascosta, più profonda, quella dove l’occhio non si accorge subito di quanto sia interessante l’aspetto di un tronco d’albero, la forma astratta di una radice o la nascita spontanea di un fiore.
Come un insieme di sottili capillari
(sentiero Fiorine - S.Antonio)
Se si vuole vivere la natura e scoprirne i suoi segreti fino in fondo, bisogna affrontarla con curiosità. Ripercorrere un sentiero non mi ha mai annoiato, anzi, mi ha stimolato ad approfondirne la sua conoscenza e dato l’opportunità di incontrare elementi naturali (alberi, piante, fiori, farfalle, ecc.) piuttosto particolari. Prendiamo, ad esempio, l’albero. Nei Colli Euganei ne esiste un’infinità di specie, più o meno conosciute, ognuna con una sua identità, una sua caratteristica. Se guardiamo attentamente, però, potremo incontrare alcuni esemplari dai lineamenti singolari, a volte inquietanti, che sembrano venuti fuori da libri di antiche leggende. Alberi che portano alla mente mondi fantastici, popolati da fate, folletti, gnomi, belle addormentate e principi azzurri. Alberi magici, dalle forme contorte, tenebrose, che paiono posseduti da strane entità, le cui sembianze sembrano dar vita a piccoli volti di elfi, teste di animali imbalsamate, oscure selve intricate e selvagge, invalicabili barriere che ostacolano il nostro cammino, tronchi bitorzoluti che, in un sottile inseguirsi di rami, si lanciano verso il cielo come dita incurvate di vecchie megere. Figure che appaiono pietrificate, colpite da un perenne maleficio e destinate a rimanere tali, inghiottite per sempre dalla gola profonda del tempo. Quanto ci può portare lontano la fantasia osservando un semplice albero! E’questo, comunque, quello che mi affascina: saper cogliere attraverso la fantasia quello che, in quel momento, è sotto ai miei occhi. Ha sempre stimolato il mio interesse, la bellezza e l’armoniosa struttura di questo importante elemento naturale, sia esso nel pieno della fioritura che rinsecchito e spoglio del suo manto. La struttura di un albero, in alcuni casi, trasmette sensazioni e fa volare la fantasia. L’albero ci può parlare, perché ha un suo linguaggio, ci può guidare, sussurrare i suoi segreti, ci può dare conforto, farci respirare; l’albero ci aiuta a costruire, a riscaldarci, ci dona frutti, si fa testimone del nostro amore. L’albero è vita. Uno che gli alberi li conosce molto bene e ne ha fatto fonte principale dei suoi racconti, è lo scrittore Mauro Corona. I suoi racconti sono zeppi di frasi, parole e aforismi riguardanti gli alberi. In uno dei suoi primi libri, “
Le voci del bosco”, ne descrive pregi, virtù, debolezze, narcisismi, mettendoli spesso a confronto con il carattere di una persona. All’interno del libro vi è una frase che mi ha colpito e che vorrei riportare.
Movenze in controluce
(Colli sopra Luvigliano)
Essa dice: “
Gli alberi non si spostano, ma possiedono un loro carattere che comunicano in vari modi: con la bellezza, con l’oscillazione delle fronde, con la consistenza delle fibre. E anche con la diversa reazione che hanno nei confronti di chi li tocca”. In effetti, è così. L’albero ha una propria vita, un proprio carattere, una propria voce, che ci trasmette attraverso l’esteriorità della sua struttura che può essere fragile, robusta, aggraziata o malinconica. L’albero è come una persona e, come tale, va rispettato. Alcuni alberi, per difendersi dalle ferite procurate dall’uomo e dal tempo, producono una sostanza giallastra e appiccicosa chiamata resina che quando fuoriesce dalla corteccia, inebria l’aria di silvestri fragranze. A questo proposito Mauro Corona, nel suo libro “Gocce di resina”, ne delinea un’immagine molto bella e poetica. “La resina è il prodotto di un dolore, una lacrima che cala dall’albero ferito. Gocce dorate, gialle come miele, che scappano via, non fuggono come l’acqua, non abbandonano l’albero. Rimangono incollate al tronco, per tenergli compagnia, per aiutarlo a resistere, a crescere ancora. I ricordi sono gocce di resina che sporgono dalle ferite della vita”.                                                                   Impariamo, quindi, ad amare gli alberi, a conoscerne l'evolversi durante il corso delle stagioni. Guardiamoli mentre cambiano di colore o quando si spogliano del loro abito. Osserviamone la loro struttura e su un pezzo di carta, proviamo a disegnarne i contorni. E’ come se gli facessimo un ritratto, la cui immagine può destare in noi emozioni diverse, ma sempre legate da uno stesso sentimento: l’Amore.

Ricami merlettati alla luce del tramonto - (Monte Gemola)


Entriamo, come in una favola, nel magico mondo degli ALBERI

Braccia protese  (sentiero Monte Cero) 

Il grande Albero Maestro   (Argine Battaglia)

Sinfonia d'inverno  (Calaone)

Nella soffusa luce del mattino, la neve veste di bianco le spoglie rame  (Calaone)

Richiamo di luce  (verso Teolo)

Il riposo dell'alce  (Argine Battaglia)

Le tre sentinelle  (Colli sopra Luvigliano)

Tenero abbraccio  (sentiero Monte Cero)

C'era una volta in un bosco incantato....  (verso Galzignano)

L'albero s'addormenta alle prime luci del crepuscolo   (verso Galzignano)

Oscuro richiamo  (Calaone)

Al riparo di braccia amiche  (sentiero Monte Grande)

Nel buio dell'intricata selva, i miei passi diventano incerti  (sentiero Monte Fasolo)

Particolare del tronco di un castagno secolare del Venda  (sentiero Monte Venda)

Un volto quasi demoniaco, scaturisce dalla radice di un vecchio castagno (Monte Venda)

Lo sguardo inquietante di un folletto  (sentiero Monte Gemola)

Testa canina  (sentiero Monte Cero)

Guardami nel cuore  (sentiero Monte Cecilia)

L'occhio che vigila  (sentiero Monte Cero - tronco d'ulivo) 





” Il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero; e tra mezzo e fine vi è esattamente lo stesso inviolabile nesso che c’è tra seme e albero”.   Gandhi







       


sabato 31 maggio 2014

UNA GIORNATA PARTICOLARE





Un giorno lessi un bellissimo aforisma di Yogananda, un grande maestro spirituale indiano, che diceva: “Ogni volta che osservi un bel tramonto, pensa fra te e te: “E’ Dio che dipinge il cielo”. Anche a me è capitato, in più di un’occasione, di contemplare l’infinito splendore di maestosi tramonti, dai colori bellissimi, con sfumature che sfociavano in cromatismi incredibili tanto da sembrare dipinte nel cielo. Totalmente immerso in quell’atmosfera di calda serenità, di profonda pace, ammiravo incredulo l’evolversi di forme e striature dorate che dolcemente accarezzavano il cielo per espandersi poi, lentamente, tra le tonalità rosso cupo dell’orizzonte. Stavo di fronte a qualcosa di surreale, onirico, che mi allontanava da tutto e tutti. Solo, ad ascoltare nient’altro che le mie emozioni. Un tramonto che mi rimarrà impresso nella mente e che non scorderò mai, fu quello che vidi sul bel pianoro del Vegro – Sassonegro presso Valle S. Giorgio, in un incantevole sabato pomeriggio d’inizio dicembre. Già dal mattino, l’azzurro del cielo si presentava intenso e luminoso: era bellissimo guardarlo nella sua totale purezza: mi trasmetteva gioia, serenità. Dalla terrazza di casa, vedevo stagliarsi all’orizzonte le sagome dei colli e l’imponente catena delle Prealpi spruzzate di bianco. Nell’aria fredda e cristallina, si confondevano l’odore di neve, di biancheria pulita, di pane fatto in casa, di un Natale che pian piano si stava avvicinando. Udii le campane della vicina parrocchiale, suonare le dieci. Sentendo quei lenti rintocchi scandire regolarmente l'andar del tempo ebbi come un senso di rilassatezza, di appagamento. Socchiusi gli occhi, immaginando di essere trasportato in luoghi remoti, sperduti nel tempo, dove la pace e il silenzio trovano nel cuore un tiepido rifugio. Riaprii gli occhi, cominciavo a sentire freddo. Suggestionato da tali pensieri, mi resi conto di avere addosso soltanto un semplice maglioncino di cotone. Rientrai infreddolito, con il desiderio di scaldarmi con un buon caffè bollente. Preparai la tradizionale cògoma[1] con gesti lenti e misurati come in un rito propiziatorio. Non avevo voglia di modernità e di rumorose macchinette espresso. Avvolto nel magico silenzio della casa, aspettavo impaziente che il gorgoglio della bruna miscela salisse pian piano dalla moka e diffondesse in ogni stanza il suo fragrante aroma : volevo assaporare quel momento di calda intimità, nella maniera più autentica e naturale possibile. Il sole entrava radioso, andando a sbattere con prepotenza sulle pareti della cucina, creando un contrasto di luce così netto, da far sembrare il muro dipinto in due tonalità diverse. Respiravo il profumo del caffè che ancora aleggiava in cucina e negli occhi avevo ancora i vividi colori del mattino. Pensai allora che se la giornata fosse continuata così, verso sera avrei assistito a un tramonto da favola.

Villa Molin si specchia sul canale Battaglia
Nel frattempo, però, mi era venuta voglia di muovermi e di godermi quell'immenso azzurro, fino in fondo. Mi diressi verso il vicino 
argine che costeggia il corso del canale Battaglia: una piacevole e rilassante camminata che percorro ogni tanto quando il desiderio di solitudine si fa incalzante e la necessità di stare in pace con i miei pensieri mi sovrasta. Tutt'intorno c'era una pienezza di luce quasi accecante, il riflesso del sole era così forte, che a stento riuscivo a tenere gli occhi aperti. Giunsi sull'argine e cominciai a percorrere la lunga scia asfaltata, lasciandomi trasportare dal quieto andare dell'acqua e dai vivaci mulinelli che, di tanto in tanto, ne increspavano il flusso. Fatti pochi passi, sulla mia destra, la settecentesca Villa Molin si apprestava a darmi di sé l'immagine, superba e maestosa, della sua intramontabile bellezza. La vidi specchiarsi nell’acqua, frivola e vanitosa come una primadonna, in un mutevole gioco di ombre e di riflessi che la corrente disperdeva lungo il canale.
Di fronte alla Villa, scendendo l'argine, in un groviglio d’erbe e sterpaglie, vi erano i resti di un vecchio pontile di legno, un tempo meta d'attracco per imbarcazioni dedite al carico e scarico merci o al trasporto di passeggeri in visita alla Villa. Poco più avanti, su una delle insenature presenti lungo il canale create per gli amanti della pesca sportiva, stava un anziano signore sulla settantina che, seduto su un piccolo sgabello in alluminio, attendeva pazientemente che qualche pesce abboccasse al suo amo. Indossava una camicia di flanella a quadretti e un giaccone nero di lana pesante, dei pantaloni blu scuro della tuta e delle scarpe color tabacco, imbrattate di terra e fango. Aveva in testa un berretto “tipo militare” di un colore verde marcio che metteva in risalto il bianco immacolato dei capelli. Portava al collo un cordoncino alle cui estremità erano attaccati degli occhiali che inforcava sulla punta del naso ogni volta che doveva tirare su la lenza e rimettere l'esca nell'amo. L’impressione che mi diede fu quella di un pescatore sostanzialmente pratico, sicuro del fatto suo. Questo ebbi modo di notarlo dalle poche cose che portava con sé: una vaschetta di plastica trasparente contenente della pastura, un secchio vuoto di pittura murale da 5 kg. dove depositare l'eventuale pesce pescato e uno straccio. Basta. Il suo modo così essenziale di pescare mi mise addosso una tale curiosità che decisi di fermarmi ad osservarlo. Immobile, appollaiato sul suo seggiolino di tela e alluminio, reggeva la canna con fierezza attendendo pazientemente che il passaggio di qualche pesce la facesse oscillare. D’improvviso si ridestava, si alzava dal seggiolino e usando la leva del mulinello iniziava a tirare su la lenza che riemergeva dall’acqua mostrando alla fine l’amo con attaccati solo lunghi fili d’erba. Il vecchio però non si scoraggiava e, dopo aver ripulito l’amo e rimesso di nuovo l’esca, lanciava con vigore la lenza in un punto ancora più lontano, poi si rimetteva a sedere e aspettava. Questa operazione la rifece più volte, ma sempre con scarsi risultati. Quello che invece gli capitò più tardi fu il momento di vero pathos, la classica scena madre dove nervi saldi e concentrazione sono quasi sempre fondamentali. Dopo aver eseguito l’ennesimo lancio, vidi l’anziano pescatore armeggiare con insistenza sul mulinello e tirare a sé la canna fino ad inarcarla facendola diventare una “U”. E tirava, tirava, senza riuscire a far muovere la lenza di un solo centimetro: l’amo si era incagliato tra i sassi e la vegetazione del fondale. Fu a questo punto che ammirai tutta la sua maestria. Senza dire una parola, con la calma serafica di un giocatore di biliardo, disincagliò a piccoli strappi l'amo inclinando la canna a destra e a sinistra finché riuscì a farlo riemergere con la lenza ancora intatta. Non c’era più il piombo, inghiottito dalle erbe, ma ugualmente chapeau!
L'arzillo pescatore
Purtroppo, nella mia breve attesa, l’arzillo pescatore non tirò su l’ombra di un pesce: solo alghe, rametti e fanghiglia. Evidentemente, quel giorno, le divinità ittiche non erano dalla sua parte e ce la stavano mettendo tutta per fargli terminare la giornata con un sonoro “cappotto”[2]. Lasciai le speranze dell'indomito pescatore e proseguii il cammino, superando vecchi rustici, case coloniche e alcuni alberi pieni di cachi. Il passaggio di un aereo mi distolse dai miei pensieri. Mi fermai e guardai verso l’alto. Un punto metallico, illuminato dal sole, lasciava dietro se una soffice scia bianca: era solo una linea, una traccia, in quell’incredibile vastità d’azzurro. Poi lentamente si espandeva, formando nel cielo tante nuvolette, fiocchi morbidi e leggeri che andavano a sciogliersi nei celesti più tenui dell’orizzonte. Continuai il mio tranquillo passeggiare mentre, dall'altra parte del canale, mi giungevano i rumori del traffico e delle fabbriche che continuavano incessanti la loro frenetica attività. Provai a distrarmi da quel triste e caotico grigiore, tuffandomi in atmosfere più tranquille e rilassanti. Spostai lo sguardo e, in lontananza, tra una serie di nudi alberi, vidi risaltare, aerei e solitari, dei nidi di uccelli incastonati con abilità e precisione nell’intricato biforcarsi di alti rami che oscillavano avanti e indietro alle gelide folate di vento. Più avanti, come in uno scorrere di diapositive, il paesaggio cambiava aspetto. Immensi campi di terra bruna, finemente arati, si perdevano a vista d'occhio verso i paesi limitrofi, sino a raggiungere i lontani abitati dei colli Euganei. Erano divisi, in bell'ordine, da strette canalette, alberi e giovani arbusti, mentre larghe fasce d'erba, bruciate dal freddo e dalle continue brinate, segnavano le vie d'accesso. L’aria intanto, si era fatta ancora più rigida e le improvvise sferzate di vento, si abbattevano sul mio viso come lame taglienti ma non ci badavo, era troppo bello ciò che mi circondava. Andai avanti, fiancheggiando ancora abitazioni, orti, piccoli vigneti e una vecchia casa rurale di fine ottocento. Sullo sfondo, nascoste dall’alta vegetazione, s’intravedevano le sagome ondulate dei colli, impazienti di scoprirsi ai miei occhi in tutta la loro bellezza e sontuosità. Davanti a me invece, la Rocca di Monselice assumeva, da lontano, le forme essenziali e pulite di un piccolo quadratino che, posato sui morbidi e rotondi profili del colle, componeva un’immagine alquanto particolare, quasi sensuale. Voltai nuovamente lo sguardo verso le ampie coltivazioni, come attratto da qualcosa di supremo, di magico.

Le Prealpi viste dall'argine Battaglia
All'orizzonte, mi si presentava l'immenso, l'incomparabile. Tutto era infinitamente chiaro, visibile, smisurato. A 180°gradi le tondeggianti e nitide cime del Venda, del Vendevolo, del M. della Madonna, dei monti Grande, Ricco, Gallo e Rua, si univano a quelle più severe e frastagliate delle Prealpi Venete, impettite nel loro bianco mantello e rese ancor più surreali dalla luce obliqua del sole che ne irradiava le pareti: uno spettacolo unico. Era la prima volta che assistevo a un simile evento: due conformazioni diverse l'una all'altra, dividevano in due il panorama. Sembrava che quel giorno avessero deciso di incontrarsi e salutarsi con un fraterno abbraccio. Restai per qualche minuto a contemplare in silenzio quell'incantevole anfiteatro fatto di luci e ombre, di primi e secondi piani, di linee dolci e armoniose che via via andavano a impennarsi in un susseguirsi di guglie e pinnacoli, per poi confondersi tra i rami spogli degli alberi che ne lasciavano intuire il proseguimento, sino a scomparire dietro i tetti luccicanti di case e palazzi. Seguitai il mio cammino e, a pochi passi dal Ponte della Fabbrica, il mio sguardo si posò su un alberello di cipresso nano, piantato proprio sul ciglio della stretta scia d'asfalto. Per terra vi erano dei fiori colorati con dell'edera e un cippo in pietra faceva da sfondo a una piccola foto che ricordava la breve esistenza di una vita. Mi fermai a guardare quel giovane volto, in silenzio, stretto da un sentimento di cordoglio che in quella circostanza mi univa ai suoi cari. Guardai l'ora: mezzogiorno e un quarto. Avrei potuto continuare ancora la mia camminata, oltrepassando il ponte e proseguendo verso Mezzavia, ma preferii fare marcia indietro e, meditando su tutto quello che avevo visto fino a quel momento, ripresi lentamente la via del ritorno. La giornata continuava a rimanere splendente e piena di colori: le mie previsioni si stavano avverando. Avevo ancora tutto un pomeriggio da vivere e una gran voglia di ripartire. Verso l’una, preparai un pranzo veloce: pasta al sugo, una bistecca con l’insalata ed, infine, un caffè. Abbandonai poi ogni mio pensiero e mi lasciai andare a un buon sonno ristoratore. Mi svegliai verso le quattro, il sole iniziava ad assumere le tonalità calde e avvolgenti del tardo pomeriggio, lasciando che il cielo si colorasse di un azzurro intenso, quasi blu. Dovevo prefissarmi una meta e partire al più presto ma, sul momento, non mi venne in mente nessun luogo in particolare così decisi di pensarci durante il viaggio. Presi tutto ciò che mi serviva e, in un lampo, uscii di casa.

Pianoro Vegro-Sassonegro
Strada facendo, mi ricordai che nei pressi di Valle S. Giorgio, vi era un posto molto bello situato in un punto aperto e panoramico chiamato Vegro – Sassonegro, dove sicuramente avrei potuto beneficiare degli ultimi sussulti di una giornata a dir poco incantevole. Seguendo le indicazioni per Arquà Petrarca, percorsi la pittoresca strada Statale 16 accompagnato da una natura che, seppur spoglia, emanava ugualmente un suo fascino particolare. Il regolare e simmetrico ondulare dei campi, illuminati dalla magica luce del sole, si accendeva ai magici colori della terra di Siena, dell’ocra, del marrone bruciato, del verde chiaro dei prati e delle scie d’erba che segnavano la perfetta geometria dei filari spogli, mentre i sempreverdi olivi risaltavano nella loro caratteristica tonalità. Solitari casolari comparivano qua e là come sentinelle, a sorvegliare un paesaggio solo apparentemente immobile. Ero di fronte ad un “affresco” di rara suggestione. Arrivai a un bivio, girai a sinistra e lasciandomi alle spalle il centro di Arquà proseguii lungo la Provinciale 21che mi avrebbe portato, dopo la salita di alcuni tornanti, al Passo delle Croci in località Sassonegro. Qui svoltai di nuovo a sinistra per una stretta via sterrata (via Moschine) dove parcheggiai. Scesi dall’auto e subito un’ondata d’aria pulita inondò le mie narici. La respirai a pieni polmoni, più volte, inebriandomi del suo profumo fino a lacrimare. Guardai l’ora: meno dieci alle cinque. Il cielo cominciava ad assumere tonalità crepuscolari lasciando intravedere bagliori di autentica poesia. Con lo zaino sulle spalle e la macchina fotografica a tracolla, attraversai la Provinciale (via Aganoor) e mi diressi, prendendo via Pajone, verso il pianoro. Fatti pochi metri, due ali di staccionata m’introducevano in quello che reputo uno dei punti panoramici più belli dei colli Euganei. In leggera salita giunsi finalmente alla sommità dell'aperto pianoro. Qui, ebbi una vista spettacolare: sulla sinistra, in lontananza, il Monte Castello e la chiesa di Calaone. Di fronte il Monte Cero sembrava tuffarsi su un’ordinata pianura tappezzata di vigneti, coltivazioni e lunghe strisce di terra arata; più in là, diviso da un’estensione di campi che si perdevano all’orizzonte con le Prealpi che iniziavano a mostrare i colori del tramonto, si ergeva il Monte Gemola, in basso il bellissimo campanile della parrocchiale di Valle S. Giorgio e sulla cima la seicentesca Villa Beatrice. Sulla destra, poco spostato dal Gemola, la sagoma tondeggiante del Monte Rusta, andava ad abbracciare i dolci pendii del Monte Fasolo.

Tramonto sul Monte Venda
Sullo sfondo, le antenne del Monte Venda svettavano alte e snelle, lanciando in un cielo color ambra le loro frequenze. E poi ancora il Rua, l’Orbieso e il Ventolone a chiudere una rassegna di cime da togliere il fiato. Alle mie spalle invece, la Rocca di Monselice e il Monte Ricco dominavano la pianura, con gli abitati di Arquà Petrarca, Monselice, Monticelli, Galzignano e Battaglia Terme, che pian piano cedevano la loro luce alle prime ombre della sera. Ritornai con lo sguardo verso ovest, dove lo spettacolo stava per iniziare. In un autentico palcoscenico naturale, la sfera gialla e fluorescente del sole cominciava lentamente il suo tramonto accendendo il cielo di rossi e arancioni che andavano a fondersi verso l'alto in colori più ambrati fino a raggiungere il crescente tono degli azzurri e dei blu. Le nuvole erano lievi pennellate di rosa che accarezzavano il cielo. Assorte e silenziose, anche le Prealpi assumevano i colori forti del corallo e del granato, formando quasi un tutt'uno con l'orizzonte infuocato: solo la linea scura e sottile disegnata dalle creste, ne faceva intuire la presenza. Intanto il sole lentamente si eclissava, portando con sé le ultime luci. L'azzurro del cielo veniva inghiottito dal blu scuro della sera che abbruniva ogni cosa rendendola cupa, fredda, lontana. Era come assistere al lento spegnersi della vita. Una sensazione di solitudine e di abbandono mi pervase l’animo, portandomi alla memoria la figura di mio padre. In quel luogo incantato dove regnava sovrano il silenzio, sentii forte la sua presenza e il ricordo, ancora vivo nella mente, mi portò al pianto. Piansi, piansi come non avevo mai fatto in vita mia. Piansi di nostalgia, di rabbia, piansi pensando a quelle cose che avrei potuto condividere ancora con lui, a quello che avrei dovuto dirgli e per pigrizia o timidezza non sono riuscito a dire, assistendo impotente all’implacabile cavalcata dell’oscuro tiranno che in breve tempo se lo portò via in una fredda notte d’autunno, lasciandomi dentro un grande vuoto e un profondo senso di rimorso. Mi asciugai le lacrime e osservai l'orizzonte. I colori del tramonto si stavano pian piano affievolendo. Tutt'intorno la natura aumentava la sua oscurità divenendo ancora più uniforme e immobile. Anche il vento gelido, che fin prima scuoteva la natura, si stava placando. Dal largo pianoro ritornai verso l'auto, accompagnato dall’incerta luce che rimaneva. Dalla pianura, i centri abitati s'illuminavano come tante stille lucenti, facendo sembrare il paesaggio un immenso presepe. Scendendo la strada del ritorno, illuminata dall’ultimo rosa della sera e dagli abbaglianti delle macchine, ripensai alla giornata appena trascorsa ed entrai in un’atmosfera di piacevole beatitudine e leggerezza, consapevole di aver realizzato qualcosa di bello, di importante. Di sicuro ebbi il tempo necessario per confrontarmi con me stesso, riflettendo sui miei pensieri, ascoltando i miei sentimenti anche i più profondi e trovando la certezza che lassù, nell’ immensità celeste, esiste un Creatore che ci aiuta e ci guida nel tortuoso percorso della vita senza mai farci sentire soli. 

Ciao papà, ti voglio bene. 

Negli eterei spazi del cielo il mio cuore troverà sempre rifugio nei tuoi pensieri, padre mio.





[1]) Caffettiera, moka.
[2]) Giornata di pesca senza alcuna cattura.