Colori d'autunno

Colori d'autunno
“ Storie che vanno via veloci disperdendosi al vento come fili di fumo. Il fumo è testimone di un fuoco. La legna finisce, il fuoco si spegne. Rimane l’odore del fumo, che è ricordo. Del fuoco resta la cenere, che è memoria. Rovistando tra la cenere si pensa al fuoco che fu. Ricordare fa bene, è un buon allenamento per resistere e tirare avanti.” (Mauro Corona)

mercoledì 5 novembre 2014

MAGIA D'AUTUNNO



Ecco l’autunno, con i suoi colori, le tenui sfumature, i profumi acri di terra e sottobosco e quelli dolci e soavi d’uva matura e di generoso mosto; l’autunno, dove la natura si veste di calde tonalità, dove le prime nebbie che si posano impalpabili sui nostri sguardi, ci riempiono l’anima di nostalgiche emozioni. Una domenica d’ottobre, mentre percorrevo l’ampio pianoro del Mottolone, fui rapito proprio da quest’avvolgente atmosfera che si stava pian piano creando. Un’atmosfera carica di umida meraviglia, di mistica ebbrezza, unita a colori e umori che catturarono i miei sensi.

Atmosfera autunnale
Giunto alla sommità del pianoro, mi fermai a osservare le velate e morbide evoluzioni di nuvole basse e lattiginose che in quel momento coprivano come un candido manto, la pianura e le vicine colline. Solo la sagoma dei monti Cero, Castello, Cecilia, Rusta, Venda, fuoriusciva imperiosa da quell’immenso oceano di latte. In lontananza, la sommità di un campanile veniva ogni tanto a galla, inghiottita dalla coltre biancastra che, mossa dal respiro del vento, la faceva poco dopo riapparire, come in un magico gioco. Nel silenzio che mi circondava, continuavo a godermi quello spettacolo che stava svolgendosi davanti ai miei occhi. Lingue di polvere bianca s’inerpicavano lentamente tra i dolci pendii di colline e monti avvolgendo in uno sfumato biancore, alberi, viti, raccolti, abitazioni, trasformando così il paesaggio in un irreale scenario metafisico. Ero appena all’inizio dell’itinerario e avevo ancora molta strada da fare, ma quel momento era così fatato e intriso di mistero che fu impossibile non fermarsi per assaporarlo. Chiusi gli occhi respirando i profumi di stagione che si spandevano nell’aria e che il vento portava a me sotto forma di delicate essenze. Ascoltavo quella sinfonia di pace che si diffondeva nell’aria come una melodiosa armonia.

Il Monte Cero ed il Castello avvolti dalla bianca coltre

Nel frattempo, scattai alcune foto e feci la conoscenza di un signore che, munito di cavalletto e macchina fotografica, immortalava pure lui lo spettacolo. Dopo avergli chiesto alcuni consigli di carattere tecnico, proseguii nell’itinerario accompagnato dal rumore scrocchiante dei miei passi che calpestavano le foglie ormai ingiallite e secche. Le nuvole, intanto, si stavano lentamente diradando e lasciavano spazio a velati squarci d’azzurro. Una luce metallica, irreale, irradiava il paesaggio circostante, cambiandone l’aspetto e il colore.

Impossibile non immortalare tanta bellezza
La bellezza arcana ed eterea, fin qui ammirata del paesaggio, s’interruppe più avanti dando spazio a lunghi tratti di umido sottobosco. Una fitta natura verde e selvaggia copriva letteralmente il cielo rendendo l’ambiente scuro e misterioso. Solo la voce tranquilla e cristallina di un ruscelletto d’acqua sorgiva, che costeggiava il sentiero, riusciva a rompere quell’oasi di pace; una voce flebile, appena accennata, quasi timorosa di disturbare il suono cadenzato dei miei passi. Ad un tratto m’accorsi che, in un punto discostato dal sentiero, vi era una tabella di legno sorretta da un paletto, con su incisa questa frase: ” Chi chel monte ghe piase, passa e tase. La vista xe bea, sta in bolla, tien le man in scarsea.” La lessi accennando a un lieve sorriso, essendo pienamente d’accordo con quanto c’era scritto. Dopo aver affrontato una salita di media pendenza, mi trovai in un tratto pianeggiante dove, a lato del sentiero, erano posti, distanziati tra di loro una decina di metri, dei punti di “meditazione” a ricordare la Via Crucis di Gesù Cristo. Una croce di legno, con attaccata un’immagine raffigurante la stazione e un piccolo rosario appeso, dava l’occasione, a chi passava, di fermarsi e dare spazio ai propri sentimenti. Ne approfittai per una breve sosta.


Ripresi il cammino e, dopo alcuni metri, dove la salita si era fatta più ripida, arrivai in un punto in cui il sentiero mi dava finalmente modo di respirare, grazie alla costante discesa che portava alla bella vallata di Calto Callegaro. Costeggiando abitazioni e ampi appezzamenti di terreno, che la mano esperta dell’uomo aveva reso fertili e produttivi, mi trovai a percorrere un ampio tratto pianeggiante che attraversava coltivazioni di vigneti e ulivi. L’improvviso abbaiare di un cane, mi fece trasalire, immerso com’ero nei miei pensieri. Correndo avanti e indietro, mi accompagnò con il suo latrare per tutto il tratto di sua competenza terminando le sue rimostranze solo dopo che ebbi deviato il mio cammino verso una salitina che mi avrebbe portato sui vegri meno conosciuti del Monte Orbieso. Ripresi a salire su una pendenza meno elevata ma costante. M’inoltrai nuovamente nel sottobosco in un comodo e ampio sentiero luminoso. I raggi del sole, infatti, prendendo coraggio, iniziarono a perforare l’intricata vegetazione, mitigando l’aria e costringendomi, dopo poco, a togliermi qualche indumento. Guardai l’ora, era quasi mezzogiorno. Arrivai così, con passo sicuro e per niente stanco, a percorrere il piccolo e stretto viottolo che segnava gli aperti e ameni prati del Monte Orbieso. L’esteso panorama, leggermente offuscato da una nebbiolina autunnale che mi portava alla mente fumanti caldarroste, patate americane abbrustolite e vino novello, mi dava la possibilità di ammirare, questa volta sgombre da nubi, le principali cime dei colli circostanti. La piana di Monte Fasolo si distingueva chiara e inconfondibile sorvegliata alle spalle da sua maestà il Venda che le faceva da sentinella.


La piana di Monte Fasolo con alle spalle il Venda

Più lontano le forme arrotondate del Cero e del Castello, con il paesino di Calaone a frapporsi tra loro, accompagnavano quella più dolce e aggraziata del Gemola che, invece, faceva intravedere Villa Beatrice accoccolata tra la verde vegetazione. Anche il Monte Rusta non voleva mancare all'appuntamento, fiero e maestoso come sempre. Sebbene fossero immersi dalla luce fredda e opaca dell’autunno, i colli lasciavano intravedere tutto il loro fascino, il loro mistero. Pensai, ora che ero al termine dell’itinerario, a quello che avevo visto la mattina, appena partito. Impressa negli occhi, c’era ancora quell’atmosfera primordiale, velata di etereo romanticismo in cui passato e presente si univano in una sorta di mistica bellezza, anche in un periodo come questo, ricco di fascino transitorio, che accompagnerà le nostre giornate a quelle più rigide e austere dell’inverno.

Il Monte Rusta e le coltivazioni a Monte Fasolo

COLORI  ED  EMOZIONI  D'AUTUNNO

Escursione tra i Vegri del Mottolone e dell'Orbieso


Nuvole che sembrano zucchero filato si spandono morbide sulla pianura 

Monte Cecilia e Monte Rusta

Vegro del Mottolone

Silhouette d'autunno

Luci soffuse sulla pianura di Arquà

Un muro bianco si erge compatto dividendo in due il paesaggio

Filari di vite colorati attendono che s'alzi il sipario sugli amati colli

Scorcio fiabesco sugli Euganei

Il Cero e il Cecilia si elevano dall'immenso mare bianco

Poetica emozione

Colline sospese


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L’autunno porta con sé il ricordo di una stagione generosa, colori, sensazioni, profumi, raccolto, tutto parla della bellezza della terra, della meraviglia della natura.
 Stephen Littleword 




venerdì 22 agosto 2014

LA NATURA CHE NON T’ASPETTI


Il lago della Costa e, sullo sfondo, il M.Cero, Calaone, M.Castello e M.Cecilia
                                                                                      

Nel mio peregrinare solitario attraverso i lussureggianti e soleggiati sentieri degli Euganei, ho potuto costatare come, a volte, la natura possa metterci di fronte a scenari così singolari e sorprendenti da lasciarci, nello sguardo, incredulità e stupore. Una natura meravigliosa, inimmaginabile che, con improvvisi cambi di scena, sa avvolgerci in sensazioni singolari e uniche. Primi giorni di agosto. Anna ed io approfittammo di una splendida domenica piena di sole per percorrere lo sconosciuto sentiero n. 7 che dalle amene rive del Lago della Costa, porta alle assolate alture del Monte Calbarina e del Monte Piccolo. Iniziammo l’itinerario salendo lungo una stradina sassosa costeggiando, sulla sinistra, la bella e verde pianura con il lago posto nel mezzo ad abbellire un ambiente già di per sé magico. Sulla destra, invece, ampie macchie di rovi colmi di more selvatiche invogliavano a fermarsi per raccoglierne il saporito frutto.

Cardo asinino
Qua e là, spuntava il colore violaceo – fucsia del Cardo asinino e il giallo vivo dell’Erba San Giovanni. Man mano che ci alzavamo di quota osservavo il Lago della Costa restringersi sempre più, fino a diventare una piccola pozzanghera in mezzo all’infinito verde dei campi. Il Monte Cero, il caratteristico campanile di Calaone, il Monte Castello e il Monte Cecilia, accompagnavano il mio sguardo lungo questo giardino campestre spontaneo di selvaggia bellezza. Più avanti, incontrammo un bivio che ci segnalava due alternative al percorso. La prima saliva in prossimità del Monte Piccolo, la seconda ci avrebbe portato all’umida zona rinaturalizzata di Corte Borin. Decidemmo per la seconda soluzione e, dopo aver percorso una ripida discesa, giungemmo finalmente in un angolo di paradiso che credevo esistesse soltanto nei depliant turistici: sembrava di stare in una sperduta località montana, con il laghetto contornato da una natura verde e rigogliosa, un ponticello di legno che dava la possibilità di inoltrarsi fino alla sommità del laghetto e oltre, così da ammirare tutta la sua superficie. Rimasi per un attimo assorto da quello spettacolo naturale che mi si presentava davanti agli occhi. Non riuscivo a credere che posti del genere esistessero anche nei Colli Euganei.

Entrata al laghetto di Corte Borin


Tirai fuori la mia reflex e iniziai a immortalare quel luogo incantato. Anna, intanto, era andata a esplorare il sentiero che ci avrebbe permesso di continuare l’itinerario. Proseguimmo per un largo camminamento d’erba rasa che faceva da spartiacque a dei filari di vigne sulle quali s’intravedevano rigogliosi grappoli d’uva bianca quasi pronti per la prossima vendemmia. Oltrepassato l’arioso tratto, c’inoltrammo in un’ombrosa strada asfaltata che ci condusse nuovamente a intraprendere il sentiero principale abbandonato poco prima per deviare verso Corte Borin.

Biotopo di Corte Borin
Ora camminavamo in piano, seguendo una striscia di terra battuta, immersi in una folta vegetazione che avvolgeva di dolci fragranze il nostro respiro. Fioriture di Vedovina e Fiordaliso vedovino, attiravano il frenetico svolazzare dell’Argynnis adippe che, una volta trovato il fiore adatto da suggere, se ne stava immobile per qualche secondo, giusto il tempo perché potessi fotografarla. Mi persi come un bambino a immortalare le sue evoluzioni, a seguire qua e là i suoi spostamenti mentre, più avanti, Anna mi malediva per le mie continue soste: che ci posso fare, è più forte di me! Quando la natura ti offre certi spettacoli, è difficile resisterle o provare indifferenza. Sono regali che essa ci fa e che vanno goduti fino in fondo. A un certo punto sentii vibrare il cellulare. Era Anna che spazientita mi mandava un messaggio “minatorio” che m’intimava a sollecitare il ritmo dei miei passi. Abbandonai, nell’elegante librare, le mie amiche farfalle continuando, con andatura sostenuta, il mio cammino.

Calacatreppola ametistina
Raggiunsi Anna che, nascosta all’ombra di un albero, mi stava aspettando spazientita. Nel suo sguardo capii che mi conveniva stare zitto e procedere in silenzio. Il paesaggio, nel frattempo, era cambiato. Era diventato più arido e selvaggio e la presenza della Calcatreppola ametistina, me ne dava conferma. L’aria profumava di odori acri. Il caldo accentuava ancor di più la fatica per la costante salita che dovevamo affrontare sotto un sole cocente. Mi venne quasi il sospetto di non essere sui Colli Euganei, ma di camminare tra i riarsi sentieri di terre primitive, dove tutto è lontano e indefinito. In quel tratto di natura, un tocco di grazia lo davano i delicati colori violacei della Campanula glomerata e quelli lilla della Cicoria comune. Alla mia sinistra il Monte Cero, Calaone, il Monte Castello e il Monte Cecilia stavano lì, a seguire i miei passi, come attente sentinelle. Al termine della salita giungemmo finalmente in un tratto pianeggiante, dove ci dissetammo a dovere. Riprendemmo il percorso seguendo un esposto sentiero protetto da una staccionata che ne delimitava il margine. Da qui il panorama diventava ancor più affascinante. Lo sguardo si perdeva nell’infinità della pianura con il Lago della Costa che rispecchiava, nelle sue placide acque, la vegetazione circostante. Mi posai sulla staccionata ad ammirare in silenzio quel pezzo di paesaggio che, nella fantasia, tramutai in un dipinto. Ecco la natura che non t’immagini! Scenari meravigliosi che t’immobilizzano gli occhi, facendoti vagare oltre i tuoi pensieri, in una dimensione in cui, natura e bellezza si fondono in un’unica emozione. Un improvviso alito di vento dava sollievo ai nostri volti perlati di sudore. Mi staccai dalla staccionata e, insieme con Anna, ripresi il cammino. Eravamo arrivati alla sommità del Monte Calbarina, ora non ci restava che prendere la via del ritorno.

Veduta sul M.Cero, Calaone, M.Castello e M.Cecilia

Tornammo indietro ripercorrendo per qualche metro l’esposto sentiero, iniziando poi a discendere costantemente quello che portava al Monte Piccolo, arrivando infine al bivio per il Biotopo di Corte Borin. Un giro ad anello bellissimo, nonostante la bassa quota, che mi ha lasciato dentro il desiderio di rifarlo nuovamente, magari in una stagione diversa, con nuovi colori, nuove emozioni. Scendemmo la lunga strada sassosa che ci avrebbe fatto arrivare alla macchina. Prima, però, volevo togliermi un’ultima curiosità. All’andata avevo notato, in un tratto di sentiero sottostante a quello principale, una variegata macchia colorata di fiori di campo che aveva attirato la mia attenzione. Incuriosito, andai in perlustrazione e quando fui nei pressi, mi sembrò di immergermi in una tavolozza impregnata di vivaci colori. Vi era una tale varietà di fiori che veniva voglia di coglierli tutti per farne una composizione. Tra tutti, spiccava il rosa carico della Cicerchia silvestre, il giallo cadmio dell’Erba San Giovanni e il bianco della Cespica annua. Altri fiori e altre tonalità riempivano di grazia quell’oasi naturale, tanto che ebbi l’impressione di trovarmi immerso in un enorme giardino campestre. Arrivai alla macchina, ubriaco di colori e sensazioni, vissute in una giornata in cui, la natura, mi aveva lasciato ancora una volta una traccia indelebile di sé e della sua infinita bellezza.

 "...il M.CeroCalaone, il M.Castello e il M.Cecilia stavano lì, a seguire i  miei passi, come attente sentinelle." 



VAI AL SENTIERO:



LA  NATURA  VA  IN  SCENA



     
                                                                   
   Bivio sentiero n.7 M.Calbarina - M.Piccolo



                  Paesaggio euganeo               



Erba San Giovanni



Cicerchia Silvestre



Particolare Cicerchia silvestre



Particolare dell'Allium carinatum o Aglio delle streghe



Argynnis adippe su Vedovina



Argynnis adippe su Fiordaliso vedovino



Leptidea sinapis



Lasiommata megera



Polyommatus icarus



Hipparchia fagi



Campanula glomerata



Vedovina



Dolce nettare



Calcatreppola ametistina








"Camminerò sui tuoi sentieri, lasciandomi sfiorare da tenui sospiri. Osserverò le tue meraviglie, con gli occhi incuriositi di un bambino. M’inoltrerò tra gli ombrosi boschi, quando l’aria odorerà d’umida terra.   E quando, esausto, poserò le mie stanche membra sul tuo fertile ventre, sarà ancor più bello addormentarsi, accompagnato dal dolce suono della tua eterna voce." (M.G.)






mercoledì 23 luglio 2014

IL CAMMINO DELLE NUVOLE


Quando il cielo si fa cupo per l’arrivo di un temporale, quando cumuli immacolati interrompono la trasparente uniformità d’azzurro, quando il sole del tramonto va spegnendo i suoi bagliori lasciandosi sovrastare dalle soffuse ombre della sera, il mio sguardo si rivolge verso l’alto a contemplare il cammino delle nuvole, a osservare la loro evoluzione, il loro incedere silenzioso.


E’ un mistero, quello delle nuvole, in cui la natura mette in risalto tutta la sua meravigliosità, riuscendo sempre a sorprendermi e a farmi sognare. E questo succede ogni volta. Ogni volta che guardo il cielo, rimango affascinato nell’ammirare questo fenomeno naturale che avviene sopra la mia testa. Le nuvole sono l’istantaneità, la leggerezza della vita. E’ qualcosa d’infinito, che va al di là dell’immaginazione. E’ l’eterea spazialità, l’incomparabile bellezza, il sublime trasporto verso l’ignoto. Nuvole che vanno libere nel cielo come i pensieri. Nuvole che si rincorrono, si sfiorano, si uniscono, si dividono per poi riunirsi un’altra volta fino a creare contorni, figure, che solo la fantasia riesce a materializzare e a rendere vivi ai miei occhi. Bianche masse pulsanti che sembrano invitarmi al loro gioco. Ed io, con animo bambino, accolgo l’invito, divertendomi a immaginare la forma della prossima evoluzione. E le correnti continuano a incitarle, a sospingerle, a renderle leggere, vaporose, malleabili, cambiando in continuazione il loro aspetto che via via si espande, si alleggerisce, mischiandosi, alla fine, con il profumo dell’aria e ai colori del cielo. A volte il cambiamento è così veloce e repentino, che non basta il tempo di uno sguardo per accorgersi della trasformazione. E’un istante, l’emozione fuggente di un attimo che lascia in noi il dolce sussurro di un’immagine che di colpo sfuma e si cancella. E’ bello vederle quando si abbassano a lambire i monti e le pianure trasformando il paesaggio in un presepio irreale, lontano, o quando assorbono le tonalità del tramonto divenendo ampie striature colorate che cavalcano il cielo di calde e poetiche sfumature; o quando ancora, intrise di pioggia, si lasciano andare a copiosi pianti che bagnano prati, fiori, campi, strade, in un trasparente alone di malinconia che pervade, di conseguenza, anche il nostro animo.


Nuvole leggere, nuvole opprimenti, nuvole lontane, nuvole gentili, nuvole arrabbiate, nuvole pazze, nuvole esilaranti, nuvole paurose, nuvole roboanti, nuvole veloci.

Disegni in cielo

In quanti modi le potremo classificare. Nelle nuvole possiamo identificare uno stato d’animo, cercando di realizzarlo attraverso le loro forme oppure possiamo considerarle come principali interpreti di un racconto e con esse viaggiare per mondi lontani. 
Ricordo l’estate con i suoi temporali. Da ragazzino, mi piaceva un sacco assistere, da dietro i vetri della finestra, alle molteplici evoluzioni del cielo e al continuo andirivieni delle nuvole che trasformavano il loro aspetto man mano che il tempo migliorava. Da cupe e minacciose, sfumavano in tonalità più leggere e rassicuranti. Quando, finalmente, l’azzurro allargava il suo chiarore tra il grigiore funereo del cielo e i primi raggi di sole davano risalto alle bianche montagne di cotone, il mio sguardo s’illuminava di felicità. Quelle nuvole vaporose erano così vicine, che pareva di toccarle con un dito. Allora me ne uscivo, a respirare l’aria pura. La sua brezza, mi accarezzava dolcemente il viso e tutt’intorno, aleggiava un profumo di pulito che rendeva ancora più nitido il paesaggio. A vedere quell’enorme massa cumuliforme, l’istinto mi suggeriva di allungare il braccio e coglierne un pezzettino. L’illusione, però, durava un attimo, quanto bastava per rendermi conto che, all’interno del mio palmo, stringevo solo aria. Quel pezzo di nuvola, che credevo possedere tra le mie mani, era invece scivolato via, silenzioso, furtivo. D’altronde, come sarebbe potuto appartenermi, il suo posto era di stare lassù tra l'azzurro infinito. Deluso, rivolgevo lo sguardo in cielo che nel frattempo si era tinto di cobalto. La grande nuvola stava ancora là, integra, paffuta, avvolta nel suo candido biancore, a proseguire tranquilla il suo aulico cammino.




"L'uomo libero è come una nuvola bianca. Una nuvola bianca è un mistero; si lascia trasportare dal vento, non resiste, non lotta, e si libra al di sopra di ogni cosa. Tutte le dimensioni e tutte le direzioni le appartengono. Le nuvole bianche non hanno una provenienza precisa e non hanno una meta; il loro semplice essere in questo momento è perfezione." Osho Rajneesh


Il cielo si apre al lento andar di bianche nuvole



Una carezza



Nuvole blu al calar della sera



Lingua di fuoco



Batuffoli dorati



Il cielo s'incendia al tramonto



Profili 



           In cerca di luce


  
GUARDA IL VIDEO FOTOGRAFICO "IL CAMMINO DELLE NUVOLE"




Le volte in cui mi trovavo a osservare le nuvole, mi sono sempre chiesto se fossi stato all'altezza di comporre dei versi da dedicare a questo etereo fenomeno meteorologico. Un giorno, mentre percorrevo un sentiero sugli Euganei, giunsi in uno spazio aperto, privo di vegetazione, una splendida posizione da cui si poteva godere tutta la bellezza della pianura fino alle Prealpi Venete. Il tutto veniva enfatizzato ancor di più dalla limpidezza del cielo e da qualche nuvola solitaria che macchiava di bianco l’intenso azzurro. Mi sedetti sull’erba ancora umida del mattino, con lo sguardo fisso all’orizzonte, ad ammirare tanta bellezza. Quelle nuvole solitarie che sembravano appese in cielo continuavano, però, ad attirare la mia attenzione. Decisi così di scrivere qualcosa. Presi un pezzo di carta, un briciolo di matita che portavo sempre nello zaino ed iniziai. Quello che ne venne fuori, furono questi pochi versi che scaturirono spontanei dal cuore e come tali ve li riporto.






Dedicato a chi si diverte ancora a osservare le nuvole