Colori d'autunno

Colori d'autunno
“ Storie che vanno via veloci disperdendosi al vento come fili di fumo. Il fumo è testimone di un fuoco. La legna finisce, il fuoco si spegne. Rimane l’odore del fumo, che è ricordo. Del fuoco resta la cenere, che è memoria. Rovistando tra la cenere si pensa al fuoco che fu. Ricordare fa bene, è un buon allenamento per resistere e tirare avanti.” (Mauro Corona)

venerdì 4 gennaio 2019

COLLI EUGANEI: I ruderi dell'antico monastero sul Monte Orbieso e il Padiglione di Diana a Valsanzibio


Antico monastero sul Monte Orbieso

Fin dai tempi più antichi, colli e monti vennero considerati come luoghi idonei per attuare “il deserto dello spirito” e l’incontro con l’Assoluto. Anche i Colli Euganei non si sottrassero a questo fascino. Il silenzio circostante, la verde stesura di alberi e di piante, il paesaggio della pianura sottostante, le ore incantevoli di un cielo sereno, il giorno e la notte: tutto deve aver concorso per l’insediamento eremitico e monastico, che ha davvero proporzioni impensate. L’antica mulattiera storicamente chiamata Strada Fonda, segue il naturale crinale del Monte Orbieso per collegare due antichi complessi monastici.
Il primo apparteneva al Priorato di S.Eusebio, il secondo, collocato al vertice opposto dell’antica mulattiera, era invece il Monastero di S.Maria Annunziata, collegato ad occidente da un breve tragitto, al pianoro di Steogarda dove si snodava una strada alta che collegava Faedo a Galzignano. Il Monastero di S.Maria Annunziata, è sorto nel 1233 per volere dei frati benedettini di Praglia poiché l’allora vescovo di Padova, Corrado, vi collocava come priore un certo Bono. Il monaco proveniva dalla comunità benedettina padovana di S. Benedetto. In seguito alla crisi interna dell’ordine benedettino (1318), il complesso passò, come il monastero di San Giovanni sul Venda (Monastero degli Olivetani), ai monaci Camaldolesi. Nel 1458 passò al monastero di Murano e intorno al 1770 venne soppresso per volere della Repubblica di Venezia e trasformato in fattoria. La piccola comunità era retta da un frate, Luca de Alemania, che dichiarava possedimenti in prati, boschi e alcuni vigneti, anche in Arquà Petrarca. Interessante poi si fa nel 1503 un estimo di Bartolomeo da Treviso, dal quale si apprende che la comunità era ancora unita ai camaldolesi. Oggi il monastero è in rovina, ma le strutture rimanenti testimoniano ancora l’antica nobiltà del sito; l’intero complesso era circondato da un doppio muro di cinta per proteggere la clausura e aveva al suo interno la cisterna per l’acqua piovana, un portico con arco per accogliere gli ospiti che salivano dalla valle e, dalla parte opposta, un secondo ingresso che dava sui campi posti nei pianori ad occidente del monastero; annessa al portico l’antica chiesetta. (fonte: I Colli Euganei natura e civiltà)





_______________________________________________________________


IL PADIGLIONE DI DIANA


Il ‘Padiglione di Diana’ o ‘Portale di Diana’ era l’entrata principale via acqua alla tenuta dei Barbarigo nel XVII e XVIII secolo e fu una delle prime opere costruite del progetto del Bernini (inizio lavori circa 1662). Probabilmente, questa superba e imponente porta d’ingresso rappresenta uno dei luoghi più importanti di tutto il complesso monumentale, infatti, non significava solo l’accesso alla dimora dei Barbarigo sottolineando la grandezza del posto in cui si stava entrando, ma era l’inizio del percorso di salvificazione voluto dal Santo Gregorio Barbarigo. Appena davanti al Portale, al suo esterno, su due robusti pilastri poggiano gli scudi dei Barbarighi, sorretti da due statue rappresentanti angeli in tranquillo atteggiamento di fanciulli dalla corta tunica. Il Padiglione di Diana, oltre ad essere una maestosa costruzione, è decorato con mascheroni, basso rilievi e 13 statue in pietra d’Istria tutte scolpite dallo scultore Enrico Merengo. 


Il Padiglione di Diana

Tra queste sculture, forse, le più importanti sono le sei sulla facciata d’ingresso del portale e le quattro sul parapetto interno.                                                                                                                      
Le sei sculture della facciata dall’alto verso il basso sono:
la statua di Diana: questa scultura raffigura Diana dea della caccia, dei prodigi e delle mutazioni, raffigurata in atteggiamento bellicoso in ammonimento a non violare i confini del parco; questa statua è patrona del giardino ed è volutamente posizionata sulla parte più alta del portale perché, in ultima analisi impersonifica nostro Signore che sta al disopra di tutto;
il Mascherone Barbuto: questa meravigliosa scultura sulla chiave di volta dell’ingresso principale rappresenta la testa di un uomo virile, forte e burbero, nell’atto di emettere un grido e che può rappresentare Sileno, maestro di sapienza ed indovino, che accoglie i visitatori di Valsanzibio, o, più probabilmente, rappresenta la generazione dei Barbarighi dalla cui folte barba la casata prende il nome; non a caso questa figura è stata messe al disotto della statua di Diana, ma sopra tutte le altre figure scultoree per sottolineare che i Barbarighi erano al disotto solo a Dio!

Le statue di Atteone e di Endimione: queste sculture, rispettivamente alla sinistra e alla destra della porta d’ingresso, rappresentano le due figure mortali che nella mitologia impersonificano coloro che non si sanno accontentare e, pretendendo troppo dalla vita, alla fine si ritrovano con un pugno di mosche; queste figure allegoricamente rappresentano la nobiltà veneziana che, messe volutamente sotto il mascherone barbuto, sotto i Barbarighi, vengono redarguite dagli stessi di non essersi accontentati dei primi successi contro il gigante dell’Impero Ottomano, ma di aver osato troppo contro i Turchi portando, inevitabilmente, alla rovina e decadenza la Serenissima Repubblica. Le statue dei Popolani: queste sculture, una che regge un barile di vino e la seconda un otre d’acqua, rappresentano due figure di popolani vestiti con semplicità e povertà e dall’aspetto disadorno e quasi deforme. Le figure popolane sono volutamente poste alla base del portale sotto le statue di Atteone ed Endimione, sotto quello che allegoricamente rappresenta la nobiltà, infatti, queste figure rappresentano la gente del popolo, base del potere del patriziato.
Le quattro statue sul parapetto interno da sinistra a destra rappresentano:
la statua di Mercurio: il messaggero degli Dei sulla terra a significare che a Valsanzibio è possibile avere un contatto diretto con Dio;
la statua di Ercole: il semi Dio che fece le 12 fatiche e simboleggia le fatiche che bisogna affrontare per guadagnarsi la salvificazione;
la statua di Giove: il ‘Re’ degli Dei che regola e governa gli agenti atmosferici, proteggendo il giardino e dandogli l’alternanza tra pioggia e sole, basilare per il suo benessere;
la statua di Apollo: il sole, che rappresenta la casata dei Barbarigo. Infatti, come il Sole, essendo solo nel cielo, è l’astro più luminoso e splendente, così i Barbarigo, avendo fatto la loro dimora lontana dalla Riviera del Brenta (sede della maggior parte delle dimore delle altre famiglie nobili veneziane), a Valsanzibio non hanno rivali e sono la famiglia più in importante e più in vista. (fonte: Giardino Storico di Valsanzibio)



Photo by: ©Massimo Guercini


lunedì 24 dicembre 2018

BUON NATALE !


Chiesa di Faedo - Colli Euganei
Church of Faedo - Euganean Hills


Grazie
 della vostra presenza sul mio blog. Spero di avervi accanto, sempre più numerosi, anche per il prossimo anno! 



martedì 18 dicembre 2018

COLLI EUGANEI - Il mio angolo di poesia: "L'ATTESA"





L'ATTESA                                                      


L'incontrastato stupore della notte     
accoglie il mio sguardo ancora perso
nell'abbrumata quiete di periferia.

Viaggio
accompagnato da una candida                            
incertezza che scivola via 
lungo i vetri dell'auto.

La strada è un accenno d'esistenza,                                     immersa nell'incostante spirale
di luminescenti lampioni.

Ondeggio
nel profondo oblio di nebbie 
senza fine,
mentre l'animo mi guida 
incontro a cieli pregni di stelle.

M'innalzo
come aquila sopra i limpidi pendii dei Colli,
restando aggrappato a un impaziente
desiderio di assoluta meraviglia
che mi sospinge verso un immaginario altrove.
                                                                              Ascolto i battiti della notte svanire,
la voce fioca di luna e stelle
spegnersi nell'infinità celeste.

Ecco l'alba nascente
squarciare il velo all'orizzonte.

Palpitano le luci del lontano paese,
accarezzate da filamenti ovattati di nuvole;
dall'umida terra,
fiorisce l'odore buono della vita.

Un fremito mi pervade il corpo,
in attesa che il primo sole
porti meraviglia allo sbocciar del giorno.

 E tu sei qui,                                              riflessa nei miei occhi,
 presente in ogni mio  respiro,
 nell'avvolgente aria del mattino
 che ci abbraccia, portandoci con sé,
 negli inviolati spazi di un sogno.

M. Guercini



domenica 8 luglio 2018

COLLI EUGANEI - Il mio angolo di poesia: "LAMPI DI LUCE"


Limenitis reducta - M.Cecilia (Colli Euganei)


Giusto un paio d’anni fa, scrissi “E' tempo di volare”, una poesia ispirata al meraviglioso mondo delle farfalle. Quest'esile e fragile lepidottero, che con la sua mirabolante varietà di forme e colori, mi è sempre stato fonte di proficua ispirazione. E anche questa volta, a distanza di tempo, le "Signore dei prati", con irresistibile fascino, sono riuscite nell'intento di far vibrare la fantasia, conducendomi a scrivere nuovi versi a loro dedicati.

Polyommatus - M.Cero (Colli Euganei)
E’una cosa più forte di me. Ogni volta è una nuova scoperta, un’emozione diversa. Tendere la mano credendo di poterle avvicinare, immaginare di spiccare il volo partecipando con a loro a piroettanti evoluzioni, avere il desiderio di afferrarle e osservarle da vicino, mostrando sintonia con i loro pensieri. Sensazioni uniche, di libertà; un modo se volete romantico di far parte della loro effimera gioia. 

“La farfalla non conta gli anni ma gli istanti: per questo il suo breve tempo le basta.” (R. Tagore

La pazienza. Ecco un’altra virtù essenziale per poter accedere al loro mondo. Pazienza e cautela. Saper aspettare il momento propizio per avvicinarsi e coglierle in acrobatiche posizioni mentre formano un tutt’uno con il fiore. Quasi danzando, planano su di esso passeggiando come esperte funambole sui suoi petali, poi ne estraggono il gustoso nettare con l’invisibile "spiritromba", una lunga proboscide arricciata simile alle pittoresche trombette di carnevale e infine si sollazzano ai caldi raggi del sole. E poi via! In un lampo ci scompaiono dalla vista. A volte ritornano, in altre invece non ci rimane che il ricordo. Sono “Lampi di luce” che attraversano lo sguardo. Per rivederle, basta chiudere gli occhi. L'immagine ritornerà di nuovo viva, impressa per sempre, nella sensibile pellicola della mente.


Lasiommata megera (Megera) - M.Cero (Colli Euganei)

Iphiclides podalirius (Podalirio) - M.Ceva (Colli Euganei)

                                                        




Polyommatus bellargus


LAMPI DI LUCE

Dolce svolazzar d'ali
frementi e vanitose,
volteggiano sinuose
tra i verdi spazi dell'amato colle,
dove sovrana s'erge la sacrale Croce,
a dominar perenne l'inaridita cima.

Magnetico splendore
di breccia millenaria,
vulcanica energia che s'alza
come riarsa essenza
dall'acre paesaggio
di dantesca memoria.
                                                                        

Eccole riapparire
tra i ferrei pertugi
dell'Altissima Croce!

Gracili ventagli colorati di poesia,              
Pararge egeria

lampi di luce che danzano leggere
sulle turgide corolle dei fiori,
impazienti di sorbire
l'accogliente nettare
di un rinnovato amore.

Caleidoscopiche creature
germogliate da pulsante crisalide,
lambite il mio cuore
con polvere di stelle
e i celati sogni mutateli,
in un volo di intima preghiera.


M.Guercini



FARFALLE DEI COLLI EUGANEI


 1) Aglais Urticae  2) Leptidea sinapis  3) Polyommatus bellargus  4) Melanargia galathea 5) Argynnis adippe            6) Melanargia galathea su lavanda

Argynnis adippe - M.Calbarina (Colli Euganei)


1) Macroglossum stellatarum (Sfinge del galio)         2) Iphiclides podalirius (Podalirio) in volo


Melanargia galathea su Cardo - M.Calbarina (Colli Euganei)


1) Polyommatus                    2) Limenitis reducta              3) Pieris Rapae



"La farfalla, è qualcosa di particolare, non è un animale come gli altri, in fondo non è propriamente un animale ma solamente l’ultima, più elevata, festosa e vitalmente importante essenza di un animale. È la forma festosa, nuziale di quell’animale che era giacente crisalide e ancor prima affamato bruco. La farfalla non vive per cibarsi e invecchiare, vive solamente per amare e concepire, e per questo è avvolta in un abito mirabile. Tale significato della farfalla è stato avvertito in tutti i tempi e da tutti i popoli. È un emblema sia dell’effimero, sia di ciò che dura in eterno. È un simbolo dell’anima."                                                               (Hermann Hesse)

sabato 21 aprile 2018

COLLI EUGANEI - Il mio angolo di poesia: "ARIA D'APRILE"


Bianche nuvole sorvolano il Venda e il Vendevolo

Dopo giorni grigi e malinconici, è bastato riassaporare la stabilità di un tiepido sole "euganeo", perché l’umore tornasse propositivo e riapparisse la voglia di scrivere nuovi versi. Correvo il rischio, infatti, che l’apatico incedere di giorni spenti e pseudo – autunnali, mi assuefacesse a tal punto, da portarmi a una quasi totale indifferenza per la scrittura. Sapevo benissimo, però, che alla comparsa del primo raggio di sole, tutto questo avrebbe avuto un epilogo. 

Prati dorati
E così è stato. Stimolato dalla radiosa immagine di un limpido mattino di metà aprile e da un itinerario che srotolava in continuazione suggestive scenografie naturali, sentivo il cuore aprirsi alle folate primaverili di un’aria che m’infondeva nuove energie ispiratrici. Ne catturavo ogni singola goccia, depositandola 
in me, come preziosa stilla. Shakespeare una volta scrisse: “Anche in primavera fui da te lontano quando il leggiadro Aprile, tutto vestito a festa, suscitava in ogni cosa un tale brio di gioventù che rideva anche Saturno e con lui danzava.” E’una frase, questa, che calza a pennello con le sensazioni che provavo in quel momento; una sorta di sottile alchimia che racchiudeva gioia, amore, fantasia. Aprile: armonia di suggestioni, colori, profumi, suoni; mese incantato, in cui la natura annuncia il definitivo risveglio. Tutto si illumina, s’indora, diventa mito. Anche sui sentieri dei Colli Euganei; una magica atmosfera che assomiglia sempre più, al dolce sapore dell’estate. 



Declivi prativi accompagnano lo sguardo verso i sinuosi profili dei Colli 


ARIA D'APRILE                                  


Soleggiate campagne 
ebbre di calore,
riempiono l'aria intensa d'aprile
di vibranti profumi.

S'adagia il mio respiro
sulle ali tiepide del vento.
Vento di primavera
che cala improvviso
a scompigliar le verdi parrucche degli alberi
e i ridenti fiori nell'erba.

Un senso d'inevitabile abbandono         
mi invade l'animo,                       
liberando lo sguardo
verso palpitanti confini.                    
              
Pompose nuvole                                             attraversano con pigro incedere l'azzurro,
sciabordando l'intensa luce del mattino.

Sul monte solitario,
frammenti di preghiera
impregnano di silenzio
la sacra effigie di Beatrice.

Oh fragile fanciulla,
incarnata di beatitudine!
Pietra lucente 
d'invocato Amore,
sulle nobili ferite dell'amata terra!
                                                              
Dai vicini prati,                                                                       giunge allegro un vociar di bimbi,
piccole note che lambiscono il cielo,
posandosi liete,
sul dorato pentagramma dell'infinito.


M.Guercini






Splendidi Euganei


Prati ingemmati di fiori


Le sinuose sagome degli Euganei si stagliano nell'azzurro cielo d'aprile


Armonia di primavera




"È verde la pianura
al sole dell’aprile,
ha quella verde fiamma,
la vita che non pesa;
e l’anima pensa ad una farfalla
del mondo atlante e sogna."

(A.Machado)


lunedì 16 aprile 2018

Colli Euganei: LA CASA RURALE DI CAMPAGNA - Usi, tradizioni, materiali, di una passata civiltà contadina


Dal Monte Brecale, una veduta sulla campagna euganea e il Lozzo


Quante volte è capitato, durante un itinerario sui Colli Euganei, di imbattersi in vecchi manufatti abbandonati, coperti da piante rampicanti o aggrovigliate sterpaglie che ne nascondevano l’originale aspetto. Oppure in altri, abitati da gente legata ancora alle proprie tradizioni, ai ricordi di una vita, a quei luoghi così cari e amati. Come amate sono quelle mura umide e fuligginose, impregnate d’antica vita che il tempo non ha mai cancellato.

Casa Bolcato sul M.Cecilia
Questa è la prova dell’innato amore che la gente contadina ha per la propria terra; una terra, a volte, difficile da governare, dove non sempre si ottengono i risultati sperati. Nonostante ciò, lo spirito fiero e ostinato di questa gente, ha fatto sì che continuassero la loro opera d’insediamento, integrandosi perfettamente con il circostante paesaggio euganeo. In questi luoghi, un tempo sconosciuti, hanno edificato la propria casa, dando origine a una nuova vita, a una nuova fede, a nuovi sentimenti. Hanno voluto radicare qui le loro convinzioni e tramandarle di padre in figlio, facendole arrivare fino ai giorni nostri. La cultura contadina è, e resterà, una pietra miliare del nostro tempo, dove l’industrializzazione sta sempre più prendendo il sopravvento su quello che era il genuino vivere di una volta. 


Nel costruire un’abitazione, la principale cura era naturalmente la scelta del sito. Il versante doveva essere il più possibile bene esposto e soleggiato. Si preferiva ovviamente il sud; ma anche versanti rivolti a oriente o a occidente erano ugualmente buoni. Il versante rivolto a nord era evitato con cura; e così le valli sulle quali incombevano rilievi collinari che con la loro persistente ombra rendevano l’ambiente freddo e malsano. La buona esposizione, oltre che essere salutare, era gradita anche agli uomini e agli animali, consentendo il trasporto e l’uso dei carri anche nella peggiore stagione invernale, quando il terreno diventava ghiacciato e sdrucciolevole. In un versante ben soleggiato, l’edificio era orientato il più possibile con il prospetto principale verso sud.

Mucca e vitelli al pascolo - M.Lozzo
La stalla, era posta in un fabbricato retrostante; negli edifici in linea, l’agricoltore si preoccupava che comunque l’alloggio degli animali fosse rivolto a nord. Gli animali, infatti, soffrono di più la calura dell’estate, con i miasmi e i fermenti delle urine e dei letami, che non i rigori del freddo. Il terreno era preferibilmente piano. Se la casa era in collina, si cercava un pianoro sufficientemente capace a ricavare la corte per i lavori e per i movimenti del bestiame e dei carri. Si evitavano con cura i crinali, perché troppo esposti ai venti e troppo in vista. Se la costruzione doveva essere fatta in zona alta, essa si trovava opportunamente sotto la cresta (in ramocia), mai sul culmine. Per ragioni di sicurezza, l’edificio non poteva essere troppo in vista, ma doveva consentire tutta un’ampia osservazione. Era buona regola che la casa fosse visibile almeno da un’altra casa in maniera tale che, in caso di emergenza (assalti, ruberie, incendi, disgrazie), potesse essere possibile invocare un rapido soccorso. Il segnale era dato di casa in casa, alla voce, con alte grida, ma anche in altri modi, battendo forte su recipienti di latta o accendendo un fuoco nella notte, fin che il campanaro non avesse repentinamente suonato le campane a martello. Quello era il massimo segnale di emergenza. E tutta la gente accorreva sul luogo del pericolo, con zelo e abnegazione, dimenticando in quel momento qualche torto o vecchi rancori. Il terreno doveva essere solido e non franoso.


Casa rurale sul Monte Santo - Lovertino

I terreni franosi sono molto frequenti nei Colli Euganei. A volte si tratta di strati alluvionali e in precario equilibrio, di antichi accumuli all’interno di camini vulcanici o di lenti marnose. Tra i primi ricordiamo tutto il versante che va dalle ultime pendici del Venda (Pedivenda), fin giù in prossimità del cimitero di Faedo. La cronaca ricorda che almeno due volte la chiesa di Faedo è stata ricostruita a causa di smottamenti. Il contadino, in ogni luogo dei Colli, teneva ordinate le canalette e i fossati, sgombri da terriccio, foglie e da vegetazione. E dopo ogni pioggia abbondante, il primo lavoro da fare, appena uscito il sole, era la pulizia e il riordino delle canalette: smesso di piovere, la terra ancora umida rendeva meno gravoso il lavoro. A volte il contadino usciva durante gli abbondanti acquazzoni estivi a osservare il regolare corso delle acque piovane e a ritoccare dove l’opera fosse meno perfetta. Occorre però aggiungere, a proposito del sito, che anche il variare dei venti influiva nell’ubicazione della casa. Venivano evitati non solo i crinali, ma anche le posizioni esposte verso l’imboccatura di strette valli e di calti, perché qui la corrente d’aria è più frequente, anche nella buona stagione. Si riteneva che le correnti d’aria portassero danno agli animali che mettevano un pelame fitto e irsuto, ed anche alle piante i cui fiori, raffreddati dai venti, avrebbero dato minor frutto. Altrettanto importante, se non di più ancora, era la vicinanza a sorgenti d’acqua buona.

Fonte Regina - Torreglia
Alcune danno acqua perenne e molto abbondante. Famosa è quella del Buso dea Casara, sotto il Venda, nel versante verso Valnogaredo che in epoca romana pare contribuisse ad alimentare d’acqua persino la lontana Atene. E, di fatto, in tutta la zona affiorano di tanto in tanto dei robusti e ancora ben conservati tubi di trachite e anche di pietra di Nanto. Attorno alle sorgenti si formavano i gruppi di case più consistenti. L’acqua era raccolta con i secchi portati a spalle da un apposito attrezzo chiamato “bigolo”. I secchi erano di legno. Le *sorgenti si distinguevano per il differente sapore dell’acqua che a volte sapeva vagamente di ruggine, altre ancora aveva il sapore amarognolo della radice del castagno. Verso le valli invece, non era insolito trovare sorgenti dal sapore di zolfo o quello dell’acido solforico dal vago sapore di uova guaste (ovi sguaratoni). Dove la natura era avara di vene d’acqua, sorgeva qua e là qualche pozzo, per la verità non molto di frequente. Il pozzo poteva essere utilmente scavato nelle valli ai piedi di colline, o lungo i calti; ma era diffusa l’idea, forse fondata, che le acque stagnanti di pozzo non fossero sane e cagionassero malanni o addirittura epidemie. Le fontane erano luogo d’incontro, dove ci si poteva scambiare quattro chiacchiere e dove la gioventù aveva occasione di vedersi e di provare le prime simpatie e le prime ansie d’amore. Alla fontana si andava di solito con piacere. C’era chi lavava i panni, chi portava le bestie ad abbeverarsi. Il sito era recintato da siepe sempre viva di arbusti spinosi, o di aceri tenuti costantemente bassi o di teneri virgulti adatti a fare i canestri (canestreli). Scavalcare la siepe era segno di grave offesa e il fatto doveva sempre avere delle spiegazioni. A volte, quando la casa era ricca e la famiglia importante, la recinzione era in muratura. Si usava la trachite informe su spessori di circa quarantacinque centimetri con, al di sopra, un ricorso di mattoni posti a coltello. In qualche caso il mattone era sagomato e si svolgeva in profilo ricurvo. Al posto dei mattoni poteva esserci anche un ricorso di pietrame trachitico il più scabroso e irregolare possibile per fornire pochi appigli a chi tentasse di scavalcare.

Fonte Farnea
L’altezza della recinzione era all’incirca di due metri e venti circa. In corrispondenza della via che portava alla casa, si apriva un ingresso munito di due robusti pilastri sempre sormontati da un motivo ornamentale. I pilastri, mediante robusti cardini di ferro (cancani), reggevano spesso elegantissimi cancelli. Le recinzioni non erano mai in rete metallica; ed esse in ogni caso riguardavano solo il sito e il suo intorno.  Campagna e collina serpeggiavano di viottoli e tratturi liberi da ogni impedimento, dove l’uomo e i suoi animali da secoli e  millenni erano abituati andare. Le strade erano strette, nella misura di una barella: raramente la loro dimensione superava i tre metri. Erano, naturalmente, con il manto di terra sopra il quale periodicamente veniva steso uno strato di pietrisco calcareo che con l’acqua piovana e con il passaggio dei carri acquistava presto notevole tenacità. Le pendenze delle strade erano dettate dalla normale capacità dei buoi a trascinare la barella. Qualche volta, dove la natura dei luoghi non consentiva differente soluzione, la pendenza era aspra. Ricordiamo la strada che conduce a Cornoleda, quella che porta a Castelnuovo; quella che sale per Arquà Petrarca e, lungo il Monte Fasolo, a Roverello. Era una pena assistere alla durissima fatica degli animali su per tali strade. Allora i contadini si attendevano a vicenda e ognuno staccava il proprio paio di buoi per aiutarsi a vicenda. 


Prospetto di casa rurale a Lovertino

L’esterno della casa rurale era sobrio e in stretto rapporto con gli spazi interni, i quali erano disposti organicamente secondo le funzioni che erano destinati ad accogliere. Nella casa più povera ed elementare, al piano terra vi era una sola stanza, nella quale si svolgevano tutte le attività domestiche del giorno. In generale, il piano terra era costituito da più vani. In mezzo al prospetto si apriva l’ingresso che poteva ospitare anche la scala, solitamente in legno, per accedere al primo piano. A sinistra dell’ingresso poteva esserci l’ampia cucina, col caminetto e il secchiaio.

Vecchio forno in pietra per cuocere il pane
Il
tinello, serviva anche da pranzo quando c’erano gli ospiti o durante le solennità dell’anno, come il Natale, il Capodanno, la Pasqua e la festa del Santo Patrono che era giorno di sagra. Dalla cucina, per una porta sulla parete posteriore, si poteva accedere a uno stanzone che fungeva da disbrigo e, qualche volta, da cantina. In certi casi questo stanzone poteva essere usato come disbrigo cantina e stalla. Rispetto alla quota del cortile, il piano terra era generalmente sopraelevato di uno o due gradini, raramente di tre: questo per evitare che le acque piovane e le foglie portate dal vento potessero entrare in casa. Il vano della porta era incorniciato da spalle e da architrave in pietra trachitica (meale). Nelle case povere dove questo lusso non era concesso, erano sufficienti delle fasce d’intonaco un po’ rilevato a fingere la nobiltà delle cornici in pietra. Sovente, a lato dell’ingresso, vi era una pietra che fungeva da panchina, dove si sedeva l’ospite frettoloso o più alla mano, per bere un bicchiere di vino. Su quella pietra il contadino, dopo il lavoro del giorno, attendeva la frugale cena della sera. Su quella pietra era tollerato che la promessa sposa si intrattenesse col fidanzato, fino a tardi. La porta era in legno, generalmente con doghe verticali all’interno e orizzontali all’esterno. La chiusura era assicurata da catenaccio, gancio e merletta. Il pavimento nelle case più povere era in terra battuta: uno strato di circa quindici centimetri di argilla o terra creta impastata con poca calce e battute col “pistello”.  Appena il contadino se lo poteva permettere, eseguiva il pavimento in cotto, con mattoni di dimensioni pressappoco come gli attuali, disposti a spina di pesce o a correre. Ogni anno, verso l’autunno, si impregnava il pavimento di feccia d’olio per preservarlo contro l’aridità e contro il gelo.



Su di un angolo della cucina vi era un secchiaio (
seciaro), spesso ricavato in unica pietra trachitica o in pietra che si cava a Sant’Ambrogio di Verona e che si chiama appunto secciar. Sopra il secchiaio vi erano appesi due secchi di legno con attaccata la “cassa”, dove ognuno faceva, familiare o no, il proprio disbrigo. Il caminetto era nell’ambiente della cucina, di solito tra le due finestre di prospetto. Era quindi posto a sud, perché tirava di più e perché, scaldandosi alla sua fiamma si poteva osservare chi andava e chi veniva. Non vi erano mai due caminetti nella stessa stanza perché uno dei due inevitabilmente “faceva fumo”, mandandolo in giro per la stanza. Il camino era formato da una robusta soglia in pietra trachitica (piera de fogolaro), dello spessore di circa venti centimetri, poggiante su due tratti di muratura, in modo che l’altezza sul pavimento fosse all’incirca quaranta centimetri. Al centro la soglia presentava un incavo che serviva per avvicinarsi di più al fuoco alla donna che faceva la polenta (menare la polenta). La soglia non era proprio a contatto con le braci vive, poiché il fuoco vi si sviluppava un poco più in là, sull’arola. Era formata da mattoni posti a coltello, solitamente del tipo refrattario al calore. Se la soglia era a lungo a contatto con la viva fiamma, per quanto di buon spessore fosse, alla fine si spaccava in due parti. Forse il termine “arola” deriva da “aiuola”, piccola area.



Sull’arola calda, liberata dalle ceneri e ben pulita con un panno bagnato, veniva posto a cuocersi lo “
schizzotto”, che era la frugale focaccia di farina bianca impastata solo con acqua e sale. Sulla parte interna veniva posta, di fronte, una specchiatura in pietra con un’intaccatura, dove si appoggiava il recipiente di rame (ramina, caliera) per fare la polenta. Le spalle del camino erano in mattoni, ma potevano essere anche in bella pietra lavorata. La cappa solitamente era retta da una grossa trave di legno. Talora la soglia era notevolmente ampia e sopra di essa poteva prendere posto una seggiolina dove si sedeva qualche volta il più infreddolito. Il vecchio prendeva posto nel suo “caregon”, robusta sedia di legno e paglia, più alta del normale e munita di braccioli. La canna fumaria era solitamente esterna al muro, in modo che il fogolare, prendesse meno spazio. Allargandosi essa alla base a mò di bottiglia ne derivava la particolare forma all’esterno dei caminetti. La canna era alta, ed era buona norma per il tiraggio che terminasse almeno sopra il colmo del tetto. Vari e alcuni molto belli erano i comignoli dei caminetti, costruiti in modo che il fumo potesse da ogni lato uscire liberamente senza che improvvisi colpi di vento lo riportasse indietro. Le stufe non si usavano se non raramente, mai comunque nelle case povere. Per riscaldare le mani e i piedi infreddoliti, si poteva usare il braciere che era fatto in rame, anche ben lavorato, e prendeva il nome di “scaldino”. Si chiamava invece “fogara” il braciere che, posto dentro la “munega”, riscaldava il letto ed era riservato solitamente per i bambini e per i vecchi.

Fogàra e munega
Si accedeva al primo piano mediante scala di legno. Il primo piano era occupato dalle stanze da letto che erano tra loro passanti, senza corridoio. Se la casa era discretamente grande, nella parte posteriore occupava posto il
granaio e, a volte, anche il fienile (tesa). Il solaio era costituito da travi di legno di castagno con interassi intorno ai trenta centimetri sui quali era steso un buon tavolato, a volte a doppia trama, di legno di pioppo (albara). Le finestre erano di varia forma, secondo il piano e il tipo di vani sui quali si aprivano. Quasi sempre di piccola dimensione. Qualche volta all’esterno erano inquadrate da cornice in pietra trachitica.

Casa rurale a Castelnuovo
Le finestre delle stalle erano ancora più piccole ed erano talora costruite ad arco o a lunetta. Erano per lo più munite di inferriate per proteggere la stalla dall’ingresso furtivo dei ladri. Anche gli scuri (
balconi) potevano essere di varia fattura: a due ante quelli dei vani abitati dall’uomo, a una sola anta, talvolta con i cardini in alto, quelli delle stalle. Il legno degli scuri era in castagno o in pioppo. 

Vecchia casa a Lovertino












Attraverso questo viaggio che ci ha portato a scoprire com'era, una volta, il vivere contadino, terminerei col darvi un consiglio: quando ci avviciniamo a queste “memorie del passato”, fermiamoci a osservarle, curiosi di scoprirne i più intimi segreti, corriamo con la fantasia immaginando come poteva essere la vita all’interno di esse; perché, come abbiamo visto, niente veniva lasciato al caso, tutto aveva un senso, una logica. Ed è per questo che, ancora oggi, possiamo toccare con mano e vedere con i nostri occhi, questi inestimabili tesori che la gente di allora ci ha lasciato, affinché potessimo anche noi renderci conto, di ciò che voleva dire “amare la propria terra”. 

Testo liberamente tratto dal volume "L'analisi del paesaggio" di Loris Fontana


* Vedi anche:
 www.euganeamente.it/le-sorgenti-dei-colli-euganei



LA CASA RURALE NEI COLLI EUGANEI


Lovertino

Arquà Petrarca

Monticelli

Fontanafredda

Sentiero "Ferro di Cavallo" - Battaglia Terme







Particolare delle mura esterne di una casa rurale - Fontanafredda


Particolare balconi e comignolo - Fontanafredda


UTENSILI E ATTREZZATURE






Pala per frumento e cereali - Setaccio per granturco


Interno di una casa contadina fine '800

            Setaccio e Pala 




   







“In campagna, dopo una giornata di lavoro, gli uomini alzavano il bicchiere di vino all’altezza del viso, lo osservavano, gli facevano prendere luce prima di berlo con cautela. Gli alberi centenari seguivano il loro destino secolo dopo secolo e una tale lentezza rasentava l’eternità.”   (P. Sansot)